CAPITOLO 1T di Luca Regis – Scrittura Collettiva

In piedi, aggrappato come meglio poteva ad una sbarra nell’affollato scompartimento della metropolitana, M. ripensò allo strano incontro che aveva avuto poco prima al bar. Pigiato tra pendolari ed extracomunitari di ogni risma, tra il fresco profumo di dopobarba e il pungente lezzo di sudore stantio, in realtà stava pensando se quell’incontro avesse mai avuto luogo veramente o se fosse stato solo il frutto della sua fantasia. Cercando nella maniera più razionale possibile di ricostruire i fatti, si stava convincendo sempre più che tutto quanto fosse successo solo nella sua testa.
Quel distinto signore pareva provenire da un tempo lontano almeno cento anni, uscito da una di quelle vecchie fotografie in bianco e nero dei primi decenni del novecento. Inoltre le argomentazioni che propose erano pazzesche e la maniera repentina con cui sparì, non solo dal tavolino ma anche dal bar, dal circondario, dalla sua vista, avevano di che lasciar perplesso M..
Iniziò a pensare di essere schizofrenico e per questo motivo si preoccupò, tanto da considerare di prendere un appuntamento con uno psicologo. Tuttavia rinunciò subito all’idea, dato che non avrebbe avuto modo di pagare un consulto medico del genere. “La salute mentale è solo per i ricchi” pensò, e subito dopo gli venne in mente una frase che sentì dire una volta qualche anno prima: “Un povero con problemi mentali è un matto, mentre un ricco con gli stessi problemi è estroverso.”.
Per non ritrovarsi in un loop depressivo, M. decise di non pensarci più, e per rinfrancarsi il morale tornò a fantasticare sulla bella ragazza seduta al bar quella mattina. Quella montagna di capelli ricci e neri, quelle gambe affusolate, portate con disinvoltura sotto la minigonna nonostante i primi freddi dell’anno. Quell’aria mediterranea, sensuale, eccitante. Tuttavia anche questi pensieri, che dapprima aiutarono M. a liberare la mente dalla paranoia della malattia mentale, poco dopo divennero pesanti come macigni dal momento che era consapevole che con tutta probabilità quella ragazza non l’avrebbe mai più incontrata.
Finalmente il treno raggiunse la sua fermata e M. fu felice di poter scendere da quell’involucro di ferro e plastica e impegnare la mente con qualcosa di pratico, come sgomitare con gli altri utenti della metro che correvano verso le loro destinazioni, abbandonare il sottosuolo che puzzava di umidità e salire in strada a respirare lo smog cittadino.
Il freddo si era fatto ancora più pungente, nonostante il pallido sole che cercava di crearsi un varco attraverso la grigia cappa di inquinamento. M. sollevò il bavero della giacca di panno e si strinse meglio che poté per proteggersi dal freddo. L’aria, quasi invernale, che aveva iniziato a soffiare più forte, trasportava cumuli di polvere e foglie imbrunite dalla strada al marciapiede, e scarmigliava i suoi folti capelli ricci. Scansando come in uno slalom gli altri milanesi indaffarati come formiche che correvano verso i propri impegni quotidiani, M. percorse a passo spedito quelle poche centinaia di metri che lo separavano dall’edificio dove lavorava, un po’ per scaldarsi ma anche perché aveva già cazzeggiato troppo quella mattina e rischiava di arrivare in ritardo in ufficio.
Giunto ai piedi dell’imponente grattacielo di acciaio e vetro, che ospitava centinaia tra piccole e grandi imprese money-makers, il vero cuore pulsante di Milano, M. imboccò le grandi porte a vetro scorrevoli e si diresse verso l’ascensore.
Pochi minuti e M. si ritrovò nuovamente pigiato all’inverosimile nella piccola cabina zincata assieme ad altre persone, uomini e donne, questa volta tutti ben vestiti ed emananti un buon odore, ma tutti indaffarati a parlare o leggere email nei loro smartphone e blackberry. M. era l’unico che non stava facendo nulla e sperò che nessuno lo cercasse al cellulare – di solito non lo cercava mai nessuno perciò era una paura un po’ infondata – dato che forse era rimasto l’unico in tutta Milano ad avere ancora un vecchio cellulare nokia che faceva solo il telefono.
Quasi non si era ancora seduto alla scrivania, e comunque il computer desktop sul quale lavorava stava ancora avviano il sistema operativo, che il suo capo gli si parò di fronte. M. capì subito dall’espressione del suo viso che nulla di buono sarebbe potuto succedere nei minuti seguenti, ed infatti l’uomo nell’elegante abito grigio gli abbaiò di seguirlo nel suo ufficio. Quando passarono di fianco alla scrivania di Poletti, M. lo vide alzarsi e accodarsi a loro due. Poletti aveva fatto la spia e una volta che tutti e due furono al cospetto del capo nel suo ufficio, questi iniziò a rinfacciare a M. un sacco di mancanze, alcune delle quali vere, ma parecchie attribuitigli ingiustamente. Con la coda dell’occhio M. poteva vedere le espressioni che a mano a mano andavano dipingendosi sul volto di Poletti: dapprima felice, poi goduto, quindi appagato e infine estasiato.
Poletti era una persona viscida, a prescindere dal rapporto conflittuale che si era instaurato da subito con M. quando iniziò a lavorare in quell’ufficio. Era una persona invidiosa del successo altrui, non avendo lui mai avuto le capacità di eccellere in nulla, quindi la sua unica possibilità di trovare appagamento dalla vita era quella di demolire le speranze e le ambizioni di chiunque gli capitasse a tiro.
Dopo le prima battute M. smise di ascoltare quello che il capo gli stava dicendo, intanto il contenuto era più che ovvio: alla fine di quella settimana il suo contratto con la compagnia sarebbe scaduto e, benché il progetto al quale stava lavorando non era ancora giunto a termine, la sua collaborazione non sarebbe stata rinnovata. M. non se la prese più di tanto, già se lo aspettava, ma quello che non poté mandar giù erano le motivazioni: secondo il suo responsabile lui era una persona inaffidabile, poco propositiva e non adatta a lavorare in squadra. Tutte mancanze che non solo non si sposavano con quella compagnia e quel progetto, ma soprattutto che non gli avrebbero permesso di eccellere in nessun altro ambito lavorativo, essendo al giorno d’oggi di vitale importanza la capacità di lavorare in team.
M. poteva sopportare di essere licenziato, anche che Poletti lo avesse pugnalato alle spalle, ma la paternale sul suo conto proprio non la mandava giù. Come si permetteva quell’uomo, al massimo di una decina d’anni più vecchio di lui, col quale praticamente non aveva mai avuto modo di parlare, di fare illazioni sul suo futuro e dare giudizi sul suo background personale? Dal momento che non aveva più nulla da perdere M. si immaginò un’uscita teatrale, come quelle che si vedono spesso nei film americani, dove è in voga la celebrazione dell’eroe di turno di fronte ad un nutrito pubblico: si vide in piedi di fronte a quell’individuo impomatato, nel suo bell’abito da mille euro e la cravatta di seta, ad urlargli in faccia quello che pensava di lui e di come dirigeva quell’ufficio. Dopodiché si sarebbe rivolto a Poletti e lo avrebbe insultato senza riserve, mentre gli altri collaboratori presenti nell’open space al di là delle vetrate dell’ufficio, avrebbero potuto assistere alla scena e dedicargli una standing ovation alla fine del suo monologo. Ma M. non era Steve Jobs, che poteva permettersi di insultare i suoi collaboratori e i suoi clienti o mandare all’aria progetti durati mesi e costati centinaia di migliaia di dollari solo per soddisfare delle sue paranoie personali. No, lui non era così, e soprattutto gli mancavano quelle che comunemente vengono chiamate palle, quindi subì in silenzio e con lo sguardo abbassato sul linoleum beige del pavimento lo sfogo del capo, percepì il senso di trionfo di Poletti e uscì da quell’ufficio con le pive nel sacco accompagnato dagli sguardi di circostanza dei colleghi.
Altro che applausi e ovazioni.
Tornato alla scrivania cercò di concentrarsi sul lavoro, fin tanto che sarebbe durato, ma il suo stomaco non gli permetteva di pensare a null’altro se non di riempirlo con qualcosa. Di fatto a causa del Signor D – o della visione del Signor D – quella mattina aveva lasciato il bar senza caffè o cappuccino o brioches.
Andò alla buvette dove si trovavano i distributori di bevande e snack. Per sua fortuna i prezzi delle consumazioni erano davvero popolari, quindi con poco meno di due euro in tasca avrebbe potuto concedersi quel cappuccino e quella brioches che tanto desiderava. Restò lì una decina di minuti, da solo appoggiato al tavolino dell’area relax dell’azienda, a sorseggiare quel cappuccino istantaneo e quella brioches che prometteva una pasta sfoglia morbida e un buon ripieno di confettura, ma che in realtà offriva una crosta secca a malapena sporcata di marmellata chimica. In quei pochi minuti di pausa, alla macchinetta del caffè si alternarono diversi dipendenti dell’azienda, consulenti, fornitori, tutti in giacca e cravatta e tutti con in bocca discorsi su come migliorare l’efficienza dei prodotti, come aumentare il market share a discapito della concorrenza, come ridurre i costi e aumentare i profitti rispettando il budget. M. guardava con odio quelle persone, tutte convinte di essere arrivate, tutte convinte di essere le migliori e indispensabili, tutte piene di quella boria tipica dei giovani milanesi in carriera. Già, M. odiava visceralmente quelle persone, ma il suo odio era semplicemente dettato dalla gelosia: la gelosia di non poter essere come loro, o almeno del loro rango. Agli occhi di quelle persone M. era praticamente invisibile, come il fattorino che consegnava la posta o la donna delle pulizie che lavava e lucidava i cessi che loro usavano per pisciare o tirare di coca. E tutto questo a causa delle scelte personali sbagliate fatte in passato, che lo portarono a lasciare l’università poco più che ventenne, quando si sentiva immortale e oggi, a trentacinque anni suonati, a ritrovarsi quasi sul lastrico, senza un soldo in tasca e senza la minima prospettiva di carriera o di un lavoro decente.
Ancora una volta, oppresso da questi pensieri, M. cercò sollievo nella bella ragazza del bar. Richiamò alla mente la sua immagine, quella montagna di capelli, quel viso dolce dai lineamenti felini e quelle lunghe gambe tornite e abbronzate.
Il resto della giornata trascorse tranquillo. M. restò tutto il giorno alla sua scrivania a eseguire gli ordini di Poletti, senza contraddirlo in nome del quieto vivere, intanto non sarebbe servito a nulla.
Quando nel tardo pomeriggio tornò a casa, in quello squallido monolocale di quel degradato quartiere in cui viveva, durante il tragitto non poté fare a meno di notare i giovani come lui che affollavano i bar durante l’happy hour. Anche volendo non avrebbe potuto unirsi a loro. Il prezzo minimo di una consumazione era di quindici o venti euro, cioè praticamente tutto quello che gli restava sul conto in banca, e con quell’euro e pochi centesimi che aveva in tasca non poteva nemmeno avvicinarsi ad un locale.
Nel frigo c’erano ancora delle uova, un po’ di formaggio e del tonno nella dispensa, perciò M. cenò con una frittata nella quale mise tutti gli avanzi che trovò dopodiché si buttò sulla poltrona lisa e logora che troneggiava nel mezzo di disadorno alloggio. Guardò un po’ di TV, facendo zapping da un canale all’altro senza trovare interesse per nessun programma. Scrutò la libreria in cerca di qualcosa da leggere, ma tutti i titoli che gli scorsero davanti agli occhi erano già stati letti e riletti. M. non ricordava più nemmeno quand’era stata l’ultima volta che aveva comprato un libro nuovo, proprio lui che era un gran divoratore di romanzi. Non poteva nemmeno permettersi di acquistare un libro di terza mano in vendita sulle bancarelle sotto i portici di Piazza Diaz.
L’orologio appeso al muro segnava le undici e M. avrebbe voluto andare a dormire, ma un leggero senso di angoscia lo attanagliava. Il pensiero razionale gli diceva che nulla sarebbe successo quella notte, che non avrebbe sognato nessuna porta e il Signor D non lo avrebbe mai più disturbato, dato che era solo il frutto del suo inconscio. Tuttavia era profondamente agitato e temeva di addormentarsi. Combattuto tra questi pensieri, esausto per la lunga giornata, senza rendersene conto M. si addormentò seduto in poltrona.
Tutto ad un tratto il buio più impenetrabile.
Poi sospeso a mezz’aria apparve un puntino luminoso, dapprima fermo ma che subito iniziò ad allungarsi orizzontalmente diventando una linea che via via diventava sempre più lunga e sottile. Poi questa estensione si arrestò e dalle due estremità la luce continuò a propagarsi verso l’alto, formando due angoli retti simmetrici. Queste due rette di luce continuarono a salire parallele, per poi ridisegnare altri due angoli retti ed infine le due estremità si congiunsero sul lato opposto da dove era originariamente nato il puntino luminoso. Nello stesso momento in cui quel rettangolo si chiuse, tutta la sua area interna si illuminò prepotentemente abbagliando M. e quando poco dopo riacquistò la vista, realizzò che si trovava di fronte ad una porta.
“Accidenti a te Signor D” mormorò M., conscio di trovarsi in un sogno, spaventato perché quello che gli era stato predetto si era avverato ma altresì eccitato per ciò che quello poteva significare. Si mosse in avanti, verso quella porta, e protese un braccio ad afferrare la maniglia dorata. Appena spinse il battente si trovò in una enorme stanza finemente arredata, al centro della quale troneggiava un enorme letto a baldacchino ricoperto da lenzuola di seta color oro e drappi di velluto ricamati. Il pavimento era completamente ricoperto da tappeti pregiati e tutto l’arredamento, i drappeggi alle finestre, l’imponente scrivania inglese addossata ad una parete, erano di gran pregio. Sembrava una stanza d’albergo, ma non una di quelle dozzinali camere di terza categoria in cui M. era solito alloggiare durante le sue vacanze di ventenne o quei pochi viaggi di lavoro ai quali aveva partecipato dopo i trenta. Sembrava piuttosto una lussuosa suite in un altrettanto lussuoso hotel. Mentre era ancora intento a raccapezzarsi su ciò che gli stava succedendo, la porta alla sua destra, di fianco alla scrivania, si aprì e con suo immenso stupore vide la ragazza dai ricci capelli corvini entrare nella stanza.
Era vestita come quella mattina, con quelle lunghe gambe nude sotto la minigonna e sul volto un sorriso dolce ed invitante. Non appena la vide, M. non seppe trattenere un’erezione e sentì il suo pene inturgidirsi e spingere all’interno dei pantaloni. La ragazza si mosse verso di lui, sinuosa e sensuale, e senza dire una parola gli si parò di fronte e gli prese entrambe le mani tra le sue. Si sedette sul bordo del letto e lo tirò verso di se. Dapprima lui rimase un po’ rigido, indeciso sul da farsi, ma il sorriso malizioso di lei era così invitante che pensò di non indugiare troppo e lasciarsi andare. Quando M. le si trovò a pochi centimetri, la ragazza, con mani esperte ma con movimenti delicati, iniziò a spogliarlo e quando fu completamente nudo ed eccitato anche lei si denudò.
Quello che ne seguì fu il miglior sesso che M. aveva mai fatto in vita sua. Diede sfogo ad ognuna della sue fantasie erotiche che mai aveva potuto realizzare con Lisa o chiunque altra donna prima di lei, e la ragazza misteriosa lo assecondava in tutto, senza opporre la minima resistenza ma anzi godendo appieno di ogni sua iniziativa.
Dopo aver avuto tre orgasmi, M. si staccò dalla ragazza e si sdraiò nel letto di fianco a lei, ansimante, esausto, e con la fronte imperlata di sudore. Solo in quel momento si rese conto che non avevano detto una sola parola da quando si erano incontrati in quella stanza, quindi decise che era giunto il momento di rompere quel silenzio:
“Chi sei tu? Dove siamo? Che cosa sta succedendo?”. Quando ebbe finito di pronunciare questi tre quesiti esistenziali, M. avrebbe voluto scomparire per la banalità che era riuscito a farsi uscire dalla bocca.
Tuttavia la ragazza non pareva essere turbata e, sempre con il suo bel sorriso sulle labbra, rispose:
“Io sono la ragazza che hai visto questa mattina in quel bar, ricordi?”. Lui annuì, arrossendo. Certo che se la ricordava, l’aveva pensata tutto il giorno e non riusciva a togliersela di mente. La ragazza proseguì: “Dove siamo non lo so, questo è il tuo sogno quindi il luogo l’hai scelto tu. E cosa sta succedendo beh..”. la ragazza si strinse leggermente nelle spalle, bellissima, gli occhi le scintillavano mentre lo guardava fisso, i seni nudi e il suo sesso ancora caldo e umido erano un invito per M. a proseguire, ma seppe tenere a freno la sua voglia, ormai più che appagata per quella notte.
“Si certo, mi ricordo di te, non intendevo questo…”. Cercò di dire M.. Era così confuso e goduto che non riusciva a mettere in fila una manciata di parole che potessero comporre una frase di senso compiuto. “Quello che voglio dire è, perché tu? Non so nemmeno il tuo nome, non ti ho mai vista prima di questa mattina.”.
“E l’avermi vista seduta a quel tavolo con quel ragazzo ti ha fatto venir voglia di fermarti, giusto?”. M. annuì, e subito ebbe uno sciocco moto di gelosia ripensando a come quel mattino lei amoreggiasse con quel ragazzo al quale lui non aveva pensato fino a quel momento.
“Dopodiché,” proseguì lei “hai iniziato a desiderarmi e per tutto il giorno non hai potuto smettere di pensarmi, dico bene?”. M. annuì nuovamente, nudo nel corpo ma apparentemente anche nell’anima di fronte a quella ragazza.
“Ricordi che cosa ti ha detto il Signor D a proposito di quella porta?”. Pronunciando quella frase, la ragazza fece cenno verso l’uscio dal quale lui era entrato e senza aspettare la sua risposta concluse la frase:
“Che se avessi varcato la sua soglia dall’altra parte avresti trovato tutto quello che desideri. E io sono quello che tu oggi hai maggiormente desiderato.”
Ora la nebbia nella testa di M. si stava via via diradando, e iniziava ad intravvedere qualcosa, a trovare qualche risposta ai mille dubbi che lo stavano attanagliando.
“Dunque anche tu conosci il Signor D?”. Domandò M., ma il suo tono di voce era secco, turbato:
“E’ lui che ti ha mandata? Che cosa sei, una puttana?”
Invece di offendersi per quell’illazione la ragazza fece una risatina arricciando il naso e abbassando gli occhi, e il suo viso era così dolce e candido che M. si pentì subito di averla insultata in quel modo.
“Ma no, io non conosco il Signor D, sei tu che lo conosci. Io sono il frutto della tua fantasia, quindi so quello che tu sai, provo quello che tu provi, sento quello che tu senti. Tuttavia io sono parte di questo modo, e quindi conosco le sue regole.”

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:38
 
Lascia un commento | 26.03.2012

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*



*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>