CAPITOLO 1Q di Mutti Diego – Scrittura Collettiva

Lasciata alle spalle la traversa dove aveva sede il bar dei mattinieri, a poche centinaia di passi, dietro all’angolo con il club/shop che si rifaceva all’epoca dandy, faceva capolino la grande M rossa.
In questo breve tragitto M. incrociò diverse decine di persone, ognuna con i propri grilli, crucci ed affari per la testa ma tutte con quella fretta meneghina che si respira nell’aria e che poco spazio lascia ai sentimenti ed alle interazioni.
“E se pure loro fossero entrati in contatto con il signor D. ed abbiano già perso anni di vita?” riflettè d’istinto M. quasi demoralizzato, probabilmente intristito dalla monotonia del grigiore autunnale della città. “E chi era veramente costui che si presentava come un saccente che tutto sapeva della mia esistenza?”

Si erano fatte le 8, M. estrasse dal taschino della giacca il proprio abbonamento e superò i tornelli. Quel che è indubbio, è che il signor D. aveva preso la centralità temporanea dei pensieri di M., che a testa alta si indirizzò verso i gradini della scala mobile che portavano al treno.
Il tragitto che lo accompagnava in ufficio prevedeva cinque fermate cinque; l’aria si faceva calda ed irrespirabile mentre finalmente le carrozze ferrose gli si avvicinarono.
Il treno della metropolitana diretta in centro gli si fermò di fronte in uno stridente cigolio che pareva un verso di una civetta senza un domani.
M. insieme ad altri, perlopiù distinti signori con al seguito la ventiquattr’ore, salì.
Si sedette, ritenendosi fortunato, sul primo sedile libero all’angolo destro della carrozza, accanto ad una procace donna sulla trentina, sguardo fiero ed ammaliante avvolta in un tailleur grigio scuro accompagnato a delle tacco 12 rosso scarlatto, che indossava uno sbarazzino paio di occhiali da vista dal taglio essenziale e dalla tinta virante al bianco perla con inserti blu mare.
La mora donna d’affari, dalla folta chioma riccia, sfogliava un giornale economico, di quelli che ti fanno la rassegna della settimana precedente: “sarà forse stata una manager della finanza” pensò M. non sentendosela di parlarle a stomaco vuoto.
Di fronte i diversi uomini in giacca e cravatta creavano un gioco di contrasti con la casalinga con i due figlioletti e i vari pensionati che spesso abitano queste carrozze mattutine.
M. giocò di sguardi con il settantenne opposto a lui che sghignazzava dietro la sua gazzetta rosea d’ordinanza, e M. da grande tifoso milanista gli fece: “c’è da ridere quest’anno degli interisti vero, signore?”
L’anziano, dopo un abile silenzio fissando anch’esso la giovane manager mora, quasi come a volerne prendere uno spunto di riflessione sentenziò: “gente così, si sa, vince un paio di trofei per poi sparire per decenni”.
Riscosse ampi consensi questa frase. Giusto il tempo di salutare e la fermata per l’ufficio era arrivata!

Quella che era stata una declinazione conversativa casereccia col signor D. l’aveva distratto facendogli perdere il cappuccino.
Fu così che si fermò al 36, bar carino a pochi passi dal suo centro impiegatizio, ed una splendida ragazza bionda dagli occhi grandi e azzurri avvolta in un camice nero gli si prospettò dietro il bancone.
“Un cappuccino per favore”, richiesta di un’ovvietà così limpida che è diventata però ormai di circostanza, dal momento che più nessuno prepara cappuccini per favore, ma vuole soldi in cambio. “Il signor D. invece voleva il mio tempo”, niente di più vero: il tempo è denaro.
Come di circostanza è diventato il “come va?” postposto al saluto da innumerevoli persone senza nemmeno più cogliere il valore intrinseco di quell’accezione linguistica.
M., gustato il cappuccino in pochi e lunghi sorsi, chiese alla sconosciuta ragazza: “a che ora stacchi?” senza neppure saperne il nome. Lei rispose: “alle tre finisco il turno” dopodichè si salutarono: fu un goloso arrivederci.
M. era riuscito a guadagnarsi la simpatia della ragazza e si sentì molto sicuro: aveva dribblato la sua timidezza e sarebbe passato volentieri ad aspettarla terminato il suo lavoro, a breve, brevissimo tempo.

“Ma quel vecchio pazzo del signor D. non mi aveva detto se poi, tornato alla realtà, finito il sogno, accedessi veramente a quanto creato nella mia mente…se sognassi per dieci minuti mi costerebbero due mesi di vita: ah, come vorrei rivederlo quell’uomo dal Borsalino portato con così malcelato orgoglio; se fosse tutto così semplice potrei anche perderli questi due mesi. Ne ho persi molti di più in vita mia per faccende rivelatisi fittizie, questo potrebbe essere un ottimo investimento. Lui però parlava di ore di sogno: voleva fregarmi probabilmente, ma abbiamo parlato per così poco tempo, non sono riuscito ad entrare nel dettaglio dell’offerta” pensò M. sforzandosi di comprendere qualche aneddoto in più. Il signor D. voleva approvigionarsi del vero tesoro che M. custodiva, ossia il tempo, mentre M. cercava di realizzare con il minimo danno possibile la sua più grande aspirazione. E’ proprio vero: chi ha poco tempo a disposizione ci si abitua e vive sempre al massimo sapendo di non poterlo mai più riavere indietro rappresentando di fatto quella che è la povertà, di contro c’è il mondo ricco con giornate intere a propria disposizione in grado di gestire il tempo a proprio piacimento. Se non ci fosse il denaro e potessimo comprare il tempo alcuni di noi diventerebbero quasi immortali mentre a parecchi altri resterebbero solo poche ore di vita, dal momento che anche l’acqua ed il cibo costerebbero tempo.
“Dopotutto in dieci minuti di sogno potrei diventare un artista, o fondare un’azienda” pensò M. nella nuvoletta personalizzata che prese forma sopra la sua testa, invogliato dalla carica della caffeina mattutina”.

Arrivato al lavoro, M. prese posto nel suo ufficio: Milano era grigia oggi, ma mai quanto la creatività che aleggiava lì dentro.
Mentre scrutava gli strambi personaggi che popolavano l’ufficio ad M venne una sibillina intuizione che poteva giustificare il comportamento enigmatico del signor D.: “e se fosse un investigatore assunto da quella gossippara di Luana per conto dell’azienda in risposta alla mia minaccia, con cui mi rivolsi una dozzina di giorni fa al Poletti ostentando rabbia e angoscia da tutti i pori?”.
Dopotutto che diritto hanno di sbattermi fuori dall’azienda, perdipiù in un periodo austero e di recessione come questo? Bisogna svecchiarlo il mondo del lavoro, non avrebbe proprio senso sbarazzarsi di un giovane come me, quando ai piani alti qui ci sono parecchi over sessanta”.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:30
 
Commenti (3) | 26.03.2012
Commenti
  1. Sam scrive:

    Bravo!

  2. luca scrive:

    il collettivo esiste solo nell’unità.
    Magog

  3. Diego scrive:

    grazie mille Sam!!! :)

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