CAPITOLO 1P di Laura Vietri – Scrittura Collettiva

Si soffermò nuovamente a pensare a quello strano incontro, ed in particolare a quella strana persona incontrata così per caso. Gli sembrò tutto ad un tratto di aver parlato con una sorta di genio della lampada, ma in questo caso, altro che tre desideri!
Gli offriva sogni gratis in cambio di anni di vita.
Ma non aveva scelta. Quella offerta era allettante da tutti i fronti, specialmente perché la sua vita non aveva davvero un senso. Così decise, fra sé e sé, di accettarla.
Dopo essere uscito dalla metro, e dopo aver accettato il crudele vento d’autunno, si incamminò verso l’ufficio, lasciandosi trasportare dal suo vagheggiare un quella città grigia, come soleva definirla da quando ci aveva messo piede.
Guardava le vetrine a suo parere tristi, con l’unico scopo di scoprirne un senso. Si chiedeva il perché di quei vestiti all’ultima moda, di quei mascara a poco prezzo, di quelle minigonne che altro non sono che mutande allungate.
Tutte quelle cose gli ricordavano Lisa. Lisa era una stronza di prim’ordine, quel tipo di ragazza che ti fa girare la testa e se ne va prima che tu riesca a fermarla.
Lisa era la tipica donna a cui guardare le gambe per ore e ore, per poi renderti conto che lei ti aveva guardato ridendo tutto il tempo.
Sentiva la sua nostalgia. Ma, in fondo, meglio solo che male accompagnato.
Non era solo lei che gli mancava; gli mancava il suo fedele cane, forse l’unico vero amico mai avuto nel corso di una vita. Gli mancava casa sua, non quella di Milano, ma la sua bella casetta nelle campagne del Mezzogiorno.
Gli mancava…no, sua nonna non tanto. Ma gli mancava il modo in cui faceva i suoi buonissimi struffoli e la sua deliziosa pastiera, la maniera in cui educava i suoi nipotini, cacciando qualche banconota dal reggiseno ogni volta che uno di loro aveva compiuto una buona azione.
Gli mancava l’odore della tradizione.
Gli mancava l’essenza della vita, cosa che il suo lavoro e il suo superficiale amore non erano mai riusciti a donargli.
Durante il tragitto pensò anche ai perfetti lineamenti che percorrevano il viso di quell’uomo scomparso nel nulla.
Aveva cercato invano di non farsi catturare da quegli occhi splendenti, due perle di color blu che nuotavano nel suo viso. Inoltre, un naso perfetto faceva da contorno ad una bocca carnosa e delicatamente perfetta.
Quell’uomo gli era sembrato la perfezione in persona.
Dopo una ventina di minuti raggiunse la sua seconda casa (l’ufficio per l’appunto), che lo accolse con tutto il calore che poteva.
Il tepore di quell’abitazione non aveva rivali. Era in pieno possesso delle sue capacità motorie e mentali.
Pensò subito di raccontare quella fantastica storia a qualche suo collega, nonostante non avesse con loro rapporti di nessun tipo, né aveva intenzione di crearne. Tuttavia, dopo l’incontro con l’uomo sconosciuto, si sentiva quasi superiore.
Una forza indomabile gli permetteva di star lì, davanti a quelle scimmie intrappolate in corpi di uomini, utili se non a mangiare i sogni degli altri.
Così, spavaldo ma per finta, cominciò ad attirare l’attenzione con i suoi gesti e i suoi movimenti.
“Ho un progetto per voi” fu la prima cosa che disse . “E se vi dicessi che, appena chiudeste gli occhi, potreste diventare tutto ciò che volete?”.
Si sorprese del modo in cui gettò la proposta dinanzi ai loro occhi increduli. Ma non ottenne il risultato desiderato.
E fu allora che Jonathan, il più ostile di tutti, gli prestò attenzione.
“Momento adatto, persona giusta da punzecchiare” pensò Marco. Cominciò a guardarlo senza provare quel timore solito.
Jonathan aveva sempre fatto in modo che lui venisse escluso da quel piccolo club che si era creato in ambito lavorativo. Qualsiasi battuta facesse, qualsiasi cosa dicesse, lui era lì, pronto a rovinargli il momento.
“Jonathan, mi aiuti a finire il progetto?” chiedeva Marco.
“No, incapace che non sei altro. Se davvero avessi potenzialità, non chiederesti aiuto ad un tuo collega” era la risposta fredda e schietta.
“Jonathan, il capo ci vuole insieme oggi.”
“Vorrà dire che andrò a fare due chiacchiere con lui” era la risposta rapida del nemico.
Così questa volta no, avrebbe preso la rivincita. Adesso era lui a parlare. Adesso era lui ad avere il progetto bomba.
All’inizio l’uomo ostile mostrava segni di incredulità, ma non li lasciò vincere.
Così, disse ironicamente: “Davvero? Non ci posso credere!”
Marco lo guardò sorridendo.
“Quindi mi stai dicendo che se io sognassi di farti sparire dalla faccia della Terra, tu evaporeresti?Ti scioglieresti come neve al sole?”
Marco cambiò prontamente atteggiamento. Non si aspettava quella risposta, e con un po’ di amarezza, annuì.
“Allora mi farebbe proprio comodo!” fu la risposta di Jonathan, accompagnata dalle risate dei suoi compagni.
E poi si fece tutto d’un tratto serio.
“Ascoltami” continuò l’uomo ostile, guardandolo dritto negli occhi, “Nel mondo tre cose non moriranno mai, che tu lo voglia o no: la guerra, la sete di potere e l’odio. Ognuna frutto dell’altro, ognuna conseguenza dell’altra. In un futuro vicino o lontano, loro ci saranno sempre. L’odio acceca le persone, la guerra te lo dimostra, la sete di potere l’aumenta. Quindi impara a vivere in questo mondo di merda e a tenerti il tuo posto del cavolo, perché senza pane e senza un tetto sotto la testa, quegli occhi che vuoi tanto chiudere poi non si apriranno più.”
Così terminò il discorso dell’uomo, che andò via senza neanche attendere una risposta.
La corazza che Marco aveva tentato con tutte le sue forze di creare si sgretolò dinanzi ai suoi occhi, spazzando via l’incredulità e l’illusione che si era creata nel suo cuore.
In fondo, quell’uomo aveva ragione: il mondo, nonostante ruoti, è come se rimanesse sospeso in una bolla fatta di drammi e disgrazie, pronti a distruggerci.
Marco era stato attento alle sue parole, così attento da immaginare tutto ciò che egli aveva detto.
Aveva pensato concretamente all’odio, a tutte le guerre alle quali stava assistendo.
Pensò a se stesso sotto a un ponte, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Cercò in tutti i modi di spazzar via quella immagine, ma non accadeva perché poteva rappresentare il reale, in un futuro molto sfortunato.
Nonostante fra di loro non ci fosse alcun tipo di rapporto, riconobbe che quel giorno Jonathan aveva ragione: è di solo odio che si nutre il mondo. Potrebbe campare cento secoli così.
Dopo aver affrontato la cruda realtà, capì che le parole dell’uomo incontrato nel bar, chiunque fosse, non potevano che venire da qualche furfante, che si era solo divertito a vedere in lui gli occhi raggianti di un bambino in festa, che magari aspetta lo zucchero filato o di fare un giro sulle montagne russe.
Sentì comunque il bisogno di rifugiarsi in ciò che aveva detto il signore del bar. Se avesse potuto sognare, avrebbe reso la sua vita inutile un po’ migliore.
Fu così che sentì un sonno improvviso, nonostante fosse solo primo pomeriggio. E così, dopo aver accucciato la testa tra le braccia, chiuse gli occhi.
Il sogno, in fondo, è sempre meglio della realtà.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:29
 
Commenti (3) | 26.03.2012
Commenti
  1. giuditta scrive:

    Brava Lauretta ;)

  2. Raffaele scrive:

    Fluido, chiaro e ricco di espressivita che rende piacevole la lettura

  3. Gerardo Zuccaro scrive:

    Mi piace molto, saluti

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