CAPITOLO 1O di Federica Fanti – Scrittura Collettiva

Dal bar l’entrata della metro distava pochi passi, ma mai era sembrata così lontana.
M. camminava lentamente, perplesso, si fermava, scuoteva la testa e ripartiva.. Possibile che un comune venditore ambulante lo avesse in tal modo turbato? O forse gli spaghetti di ieri sera gli erano rimasti sullo stomaco? “In effetti non ho riposato molto stanotte, deve essere stata la pasta..o il cordon bleu..” disse tra sé e sé. Eppure qualcosa di quell’uomo, reale o immaginario che sia, lo aveva veramente colpito “Devo averlo già visto da qualche parte” borbottò stizzito. Sembrava uno di quei sogni così realistici che al risveglio non si è mai sicuri di cosa sia successo veramente, soltanto che M. non era nel suo letto semi-coperto dal solito lenzuolo beige.. Era sveglio, di questo ne era certo, dopotutto si era anche fatto la barba, come ogni mattina, e il taglietto sulla guancia destra lo provava. Si passò una mano sugli occhi per qualche secondo, il loro colore verde scuro era segnato dalla stanchezza e per poco non sbattè contro un palo della luce. Gli cadde un foglietto dalla tasca. Distratto si chinò per raccoglierlo e reinfilarselo nella giacca. “E no..” accennò a labbra socchiuse “Ma che scherzo è questo?” stavolta lo pensò e basta. Sembrava una pagina di diario un po’ ingiallita che riportava una data illeggibile, solo il mese si capiva: Ottobre. Nient altro c’era lì sopra… nient altro che una D, disegnata in cima al foglio, imponente, come se fosse stato l’inizio di una storia. Prima di quella mattina M. probabilmente avrebbe pensato ad una semplice lettera dell’alfabeto, avrebbe accartocciato il foglio e lo avrebbe gettato a terra senza pensarci due volte.. e invece no, aggrottò le sopracciglia come per cercare qualche cosa che non si sarebbe vista al primo colpo, ma non trovò nulla.. ripose in tasca il pezzo di carta e si voltò a guardare il tavolino del bar dove sedeva pochi minuti fa.. era tutto come prima, anche la ragazza dai capelli corvini rideva come se non stesse succedendo niente. Riprese a camminare guardandosi intorno, nessuno pareva accorgersi di lui: un uomo in giacca e cravatta con l’auricolare all’orecchio e tipica valigetta ventiquattr’ore parlava soddisfatto della trattativa che avrebbe concluso in giornata, una mamma che accompagnava con fatica i suoi due bimbi a scuola, un gruppetto di ragazzi con gli zaini pieni zeppi di scritte colorate e all’opposto, privi, o quasi, di libri… All’apparenza nulla c’era di diverso in quella fredda mattina d’autunno, ma il cambiamento, forse, stava avvenendo dentro di lui. Il “vecchio pazzo” e le sue strampalate idee avevano smosso qualcosa dentro M., se non altro una triste e cinica domanda gli rimbombava in testa: “Come si può arrivare a pensare che sia meglio vivere la vita che vorremo nei nostri sogni, piuttosto che tentare di realizzarla giorno per giorno con le nostre mani?”.
Stava facendo tardi al lavoro ma questo non sembrava preoccuparlo più di tanto, l’avrebbe atteso un’altra giornata relegato sulla sua sedia scomoda in ufficio, grigia come il cielo su Milano, condannato alla mediocrità.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:27
 
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