CAPITOLO 1N di Riccardo Cecotti – Scrittura Collettiva

Le otto e un quarto, e’ tardi, molto tardi. Il passo di M. diviene lungo e rapido. Paradossalmente gli viene chiesto del tempo, a lui, che tempo ne ha così poco.
Sempre affannato, sempre in ritardo, sempre a rincorrere quelle lancette che di fermarsi non hanno la minima intenzione. Che si tratti di lavoro o che si tratti di faccende personali, il giovane con il passare degli anni, pare essersi convinto che il tempo, in effetti, sia il vero tesoro di colui, che noi comuni pezzenti, chiamiamo ricco. I facoltosi, quelli che sanno godersi la vita, non i malati di potere come il suo datore di lavoro, hanno tempo in abbondanza. Non devono prendere i mezzi pubblici, possono andare a lavorare all’ora che più aggrada loro, ci mettono persino più degli altri a mangiare o nel fare l’amore, sempre se esercitano i due bisogni in momenti diversi chiaramente. I ricchi, hanno tanto di quel tempo da riuscire persino ad annoiarsi, mentre per noi
è come se fosse naturale: Alzarsi la mattina, accendere la luce, buttare idealmente la sveglia dalla finestra, mettere sul fornello il caffè preparato la sera prima, lavarsi, vestirsi, cavalcare l’auto ed andare a lavorare.
A lavorare … e perché lavorare ? Perché non partire per un viaggio, perché non dipingere, scrivere, leggere, fare all’amore ma lavorare ? Eh si lavorare ci da una sicurezza, un futuro, la possibilità di avere la luce in casa, una bellissima sveglia da non buttare, di possedere un fornello ed anche del caffè, ci rende proprietari di un bagno, di bellissimi vestiti alla moda e di guidare un auto. Tutto ciclico come in un triskele.
Come sarebbe stata la sua vita se ogni ad ogni bivio avesse preso la decisione giusta ? Se avesse frequentato quel master in Irlanda per esempio, se avesse scelto una fidanzata differente che l’avesse spronato nei suoi interessi verso l’arte, se a quel colloquio avesse risposto in maniera diversa. Magari questo maledetto sogno di stanotte, che pare sempre più certo, varcato il cancello, potrebbe riprodurre un film nuovo, riproporre ogni tappa decisiva del suo viaggio fino ad oggi. Adesso lui saprebbe che scelta fare, che strada prendere divenendo così un Marco nuovo: Potente, affermato, e con tanto di quel tempo a disposizione da spendere in donne fino ad oggi inarrivabili, feste e bagordi di ogni tipo, da evitargli persino l’uso del suo vecchio orologio, quello comperato dal padre per il suo diploma e mai sostituito per non recare offesa al genitore.
La piazza gli si apre davanti e il semaforo rosso davanti a lui impone uno stop alla sua falcata, mentre il solito corteo di auto gli scorre davanti lentamente per via del traffico, il funerale della fretta. La capitale della moda e’ una città strana, il ritmo negli uffici, nei luoghi di lavoro e’ inversamente proporzionale a quello sulle strade così come la parlata, così lenta, con quelle vocali così aperte e tirate, rispetto alle azioni repentine del milanese.
Verde ! il cammino riprende, l’entrata della metro a pochi passi.

C’e’ una linea sottile, che separa la fantasia dalla realtà. A volte ci ritroviamo a percorrerla e non ci rendiamo conto della sua debole consistenza oltre che esigua larghezza, fino a quando non ci si para davanti qualcuno o qualcosa distogliendoci da quella che pensiamo sia la normalità – questo il pensiero di M. mentre scende gli scalini che dalla superficie portano al sottosuolo. Osserva il simbolo della metro, una emme gigante come l’iniziale del suo nome – – s’immerge sempre di più nel buio, di pari passo ai suoi pensieri – – fermata Loreto, arriva il vagone ed M. vi sale sopra con un gesto automatico, ripetuto mille altre volte – < Una soglia, una porta un uscio … ed io cosa dovrei fare, accettare cosa ? > – cercando di ricordare in maniera puntuale le parole di quel folle – < Ah accettare l’accordo di questo Faust metropolitano ! Ma certo che stasera, influenzato come sono, sognerò : Una soglia, una porta, un uscio, magari anche un cancello. Vuole la mia vita, o almeno parte di questa per un viaggio ? Ma dai ! Nemmeno fosse un videogioco, e nemmeno dei più originali. Solo non comprendo perché, insomma perché proprio io, e’ la domanda esatta. E se fosse un brutto scherzo di Antonella ? L’avrà mandato lei quell’uomo ? Questo spiegherebbe come mai sapeva dove e come colpire, per incuriosirmi ed affascinarmi. Quanto tempo e’ che non mi faccio vivo ? Due settimane ? Si ma di nuovo la domanda e’ perché. Non e’ la prima volta che ci distacchiamo un po’ per assaporare i nostri spazi di single per scelta, così come ci piace definirci fuori dalle lenzuola nei pochi momenti in cui ci frequentiamo vestiti > – il ragazzo inizia a ridere della sua immagine cinica. Si aprono le porte del vagone, fermata Cairoli: La sua destinazione.
Risale nuovamente gli scalini e riemergendo dal buio osserva il simbolo della metro, per un attimo la “M” si dissolve davanti ai suoi occhi, come in un cambio di scena, in quell’attimo scompaiono i suoni sguaiati degli accenti milanesi, scompare l’odore di ruggine delle rotaie mischiato ai gas si superficie, scompare il ritmo frenetico degli impiegati incitati come gli schiavi rematori, dal tamburo del loro aguzzino, scompaiono gli impercettibili raggi del sole che testardamente sopravvivono in memoria di un’estate andata. Al loro posto l’immagine de “l’abbazia nel querceto” di Friedrich in tutta la sua forza evocativa, ricordo di un tempo in cui M. si dilettava di pittura. Un attimo solo e Milano ritorna ad essere Milano.
Cinque minuti dopo M. e’ in ufficio. < Guarda che sei in ritardo ! > La voce trafelata di Claudia lo accoglie all’entrata, ed il giovane sobbalza, riportato repentinamente alla realtà. Il capo e’ già in piena frenetica attività, quando lui attraversa il corridoio, che chiaramente e’ una passerella davanti alla porta spalancata del sommo imperituro. In qualsiasi ufficio che si rispetti, l’architettura schiavista impone che per arrivare alle proprie scrivanie, si debba sfilare davanti a colui che ti paga lo stipendio. Tempi addietro vi erano anche trappole che scattavano automaticamente un quarto d’ora dopo lo scoccare delle 9.00, ma fortunatamente la civiltà giuridica dei paesi più evoluti ha abolito tali dolorose sanzioni. La macchinetta del caffè, luogo di perdizione dell’impiegato e’ lì a pochi passi, tutto intorno tre colleghi, negli ultimi attimi di umanità prelavorativa, si scambiano pezzi del loro privato, ma non c’e’ tempo. In fondo al corridoio s’inerpica verso il soffitto un maestoso albero di pratiche da visionare, fotocopiare ed infine catalogare e riporre in spazi sempre più ristretti. – una voce interna, tormenta M. per l’occasione più simile ad un K. di kafkiana memoria -. Nulla e’ opprimente come sapere che comunque vada la faccenda, qualunque sia l’impegno che ci metterà nell’abbattere quella mostruosa creatura di carta, in poco tempo ella crescerà di nuovo e sempre più imponente, sempre più forte, beffarda e crudele. Si fa forza ed infine, nonostante il senso di nausea crescente entra nel suo loculo, salutando debolmente Giulio. Otto ore almeno dovranno passare in quell’inferno quotidiano, otto ore tra scartoffie di ogni tipo, progetti che non servono a nulla, documenti figli di una burocrazia sovrana. Tanto vale estraniarsi, tanto Giulio parla solo di calcio, uno dei milioni di allenatori che dal lunedì mattina al mercoledì parlano della partita giocata, e dal giovedì al sabato di quella che verrà, sempre che nella settimana non ve ne siano in mezzo altre. Schemi, errori arbitrali, reti fantastiche, sempre le stesse cose ribadite come un mantra. Ripetute ed ossessionanti, ma che per molti sono essenziali, prove tangibili della propria esistenza. Ci sarebbe Marilena, al momento non presente, ma anche lei dopo il parto ha come unico argomento il figlio. Il figlio che mangia, il figlio che inizia a parlare, il figlio che non dorme, il colore dei suoi bisognini e quella stranezza trovata nel rigurgito mattutino.
Insomma bisogna trovare una soluzione per evadere, mentre si vive nel girone degli impiegati. La ricciolina, quella seduta al tavolo appartato, ecco quello potrebbe essere un punto dove orientare la propria immaginazione. Chissà come fa sesso, con quelle forme così femminili, chissà se lo fa e con chi le piacerebbe farlo oltre che con il ragazzo con cui l’ha vista. Magari si reca in quel bar tutti i giorni. Non sarebbe male approfondire la sua conoscenza se la trovasse da sola. Così perso nei suoi viaggi immaginari utili alla sua sopravvivenza mentale decide di tenere per se l’accaduto e la proposta di D, in fondo se qualcosa deve succedere, succederà stanotte, per il momento c’e’ Poletti da sistemare ed una vita da mandare avanti.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:26
 
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