CAPITOLO 1M di Lorenzo La Monica Dorigo

Il suono del violino di un musicante di strada si confuse con i suoi pensieri, con quelle parole che ancora risuonavano come macigni nella sua mente.
Lasciarsi travolgere dalle farneticazioni di uno sconosciuto? Non era certo questa la strada, ma più Marco ripensava al tono di quel dialogo surreale, meno riusciva nel suo disperato tentativo di autoconvincimento dell’essere stato vittima di un folle o di un semplice burlone.
Che cosa significavano quelle parole? E, soprattutto, come faceva quel losco figuro ad aver appreso delle informazioni personali così puntuali?
Pareva quasi, oltre il velo di stupore senza fine, che quel “qualcuno”, quel tale “Signor D”, si fosse insinuato tra i suoi pensieri, nella sua vita, prima che al centro dei suoi passi.
Il violino si faceva sempre più vicino, la lunga galleria gremita di una folla senza volto lo conduceva al suo solito, mesto, affollato marciapiede, da cui ogni cinque minuti passava un treno con destinazione fin troppo nota.
Tra le fredde luci dei neon che giocavano a rimpiattino con le tristi piastrelle bianche, ebbe il tempo di uno sbadiglio, quasi a cercare un filo di fiato in quell’atmosfera cupa, con cui rinnovare le sue preoccupazioni.
Un rapido passaggio ai tornelli e fu di là, nell’oltre, tra i paganti, i regolari.
Si rigirò nervosamente la tessera fra le dita, convinto che, vista la sua precaria situazione finanziaria, mai e poi mai avrebbe potuto acquistarne una nuova.
Il tabellone indicava, perentorio e luminoso, tre minuti al treno successivo. Tre lunghissimi minuti, con lo sguardo perso nel vuoto, ad ammirare l’usurarsi della città nel suo procedere sempre uguale, in quel rapido girovagare di mosche e susseguirsi di valigette di pelle, in quei tacchi a spillo che cadenzavano lo scorrere del tempo; in quei capelli sciolti, dietro mille maschere.
A nessuno importava nulla dei pensieri di Marco, troppe le faccende da sbrigare in quei tre, miseri, minuti.
Nessuno mai sarebbe andato in suo soccorso, nell’ipotetico caso in cui avesse trovato il tempo di raccontare del suo bizzarro incontro, che riduceva la distanza dalla follia, in un autunno ridotto all’osso.
Un nuovo sbadiglio, confuso. La mancanza di caffeina si faceva sentire, la stanchezza delle membra pareva sgretolargli le ossa del collo e appesantirgli le palpebre, rovistando, infine, direttamente nei bulbi oculari doloranti, crepati di sottili viuzze rosse.
Marco iniziò a dondolare leggermente a destra e a sinistra, quasi cullato da un respiro di vento inesistente, finché, finalmente, il treno della metropolitana diretta in centro gli si fermò dinanzi in un cigolare stridulo, come il lamento di una cicala senza più futuro.
Le porte si aprirono, e il serpente di lamiera accolse anche Marco, inghiottendolo assieme a tutta la sua inquietudine.
Il treno correva veloce in direzione di Porta Venezia, dove un’altra fetta di routine attendeva impietosa.
Marco cercava di evitare gli sguardi, concentrandosi ora sui sedili, ora sul pavimento, ora ruotando gli occhi verso l’alto.
Una strana sensazione, quasi più angosciante del suo incontro precedente, lo stava divorando: qualcuno lo fissava, lo fissava intensamente, da qualche parte.
Ma ancora faticava a ricercare quello sguardo, intimorito com’era dagli altri, dai tutti.
«E se fosse un borseggiatore che mi ha puntato?» pensò tra sé e sé. Ma si rincuorò immediatamente: «Affari suoi, sono praticamente senza un soldo… Dovrei borseggiarlo io…». E si lasciò scappare un sorrisino appena accennato, quasi, paradossalmente, compiaciuto della sua condizione in bilico tra la routine e l’angosciante incertezza.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:24
 
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