CAPITOLO 1K di Paola Mattiazzo – Scrittura Collettiva

M. si lasciò trasportare nel sotterraneo dalla scala mobile; inserì la tessera e superò i tornelli, dirigendosi lentamente verso la banchina. Attorno a lui centinaia di persone si muovevano velocemente lungo le varie diramazioni della stazione della metropolitana, come formiche affannate alla ricerca di cibo da ammassare per l’inverno. M. si guardò intorno e improvvisamente si sentì a disagio in mezzo a tutta quella gente ansiosa; decise di tornare in strada e di camminare un po’ all’aria aperta, in modo da poter riflettere su quanto era avvenuto quella mattina.
L’aria frizzante autunnale lo avvolse, inebriandolo; l’odore dolciastro delle foglie che si staccavano copiose dagli alberi, posandosi sul viale, risvegliò in M. antichi ricordi e dolori.
Ma come faceva quell’uomo, quel D., a conoscere così tante cose della sua vita? Probabilmente, anzi sicuramente, era un millantatore; magari c’entravano conoscenze comuni che potevano averlo messo al corrente della sua situazione disperata. Dopotutto niente di quanto gli avesse rivelato al bar era segreto. Tutti erano a conoscenza del fatto che era andato a vivere da solo ancora mentre frequentava l’università, nonostante non avesse la possibilità di mantenersi. Era molto più giovane e testardo e voleva la sua libertà; andare e tornare senza doversi giustificare ogni volta con i suoi genitori, poter ospitare amici e amiche senza problemi, gestire la propria vita senza dover continuamente subire interferenze di ogni genere. Per sua madre si trattava soltanto di “consigli”, ma erano un modo come un altro per gestire la sua vita impedendogli di fare quello che desiderava.
Peccato che il lavoro part-time che aveva trovato fosse insufficiente per coprire tutte le spese: tasse universitarie, mantenimento, affitto e spese condominiali, spese voluttuarie. Inoltre gli rimaneva pochissimo tempo da dedicare allo studio ed era rimasto molto indietro con gli esami.
E poi c’era lei, Lisa, la ragazza della sua vita. Era così bella, Lisa, da togliere il respiro. Assomigliava moltissimo alla ricciolina che era seduta al tavolino del bar, la ragazza che lo aveva spinto a sedersi per ordinare qualcosa. L’aveva notata immediatamente e la somiglianza con Lisa l’aveva stregato; voleva rimanere un po’ di tempo a guardarla, sognando di poter essere il ragazzo seduto accanto a lei. Ma era arrivato quell’individuo, quello stramaledetto D., a rovinare l’incantesimo e la giornata.
Aveva conosciuto Lisa al liceo e si erano innamorati; si erano poi iscritti entrambi alla facoltà di economia e commercio, con la speranza di lavorare insieme in uno studio professionale costruendosi un futuro prestigioso e un cospicuo conto in banca. Ma Lisa apparteneva a una famiglia facoltosa, suo padre era un commercialista affermato con uno studio ben avviato, e le risorse non le mancavano. Quando M. decise di abbandonare gli studi Lisa subì una grandissima delusione; la famiglia premeva affinché si trovasse un partito migliore, qualcuno con uno status sociale simile al suo, ma lei superò la crisi e rimase con M. Ma quando lui accettò quel nuovo lavoro che, oltre ad andare contro i princìpi e gli ideali di entrambi, era mal retribuito e lo costringeva a orari impossibili, Lisa decise di lasciarlo. Non condivideva le sue decisioni anche se sapeva che erano l’unico modo, per lui, per sopravvivere.
Ripensare a quegli avvenimenti fece cadere M. in uno stato di grande prostrazione; alzò gli occhi umidi al cielo, respirò un paio di volte profondamente e, infilando le mani in tasca, proseguì lungo il viale.
“Ho perso tutto per quel lavoro del cavolo” pensò con rabbia “un lavoro degradante in mezzo a persone insulse. Sottopagato, sottostimato, trattato come un numero senza un minimo di considerazione. E ora non ho neppure più quello.”
A un tratto gli venne un’illuminazione “E se quel tipo fosse stato ingaggiato dall’azienda per seguirmi e controllare quello che faccio? Dopotutto, litigando con Poletti, ho minacciato di rivolgermi all’ispettorato del lavoro e ai sindacati; potrebbero voler verificare se il rischio è reale per costruire una motivazione credibile per avermi sbattuto fuori.”
L’unica cosa che non riusciva a comprendere era la faccenda del sogno. Sembrava quasi un accordo alla “dottor Faust”; solo che, anziché vendere la propria anima per la vita eterna, si trattava di vendere la propria vita per un momento di felicità virtuale. “Tanto varrebbe infilarsi in una di quelle stanze dove ti proiettano il mondo che vorresti oppure mettersi casco e guanti e fingere di vivere nei luoghi dei tuoi sogni senza muoverti di un centimetro da casa tua. Già non so quanti anni camperò su questa terra” rifletteva “figuriamoci se posso permettermi il lusso di venderne una parte per qualcosa di effimero e irreale. Che poi, quando mi sveglio, mi ritrovo sempre e comunque con la pancia vuota e senza denaro sul conto in banca.”
Continuò a camminare, immerso nei propri pensieri; non si rese neppure conto del tempo trascorso e, all’improvviso, notò che si era fatto buio. Era pomeriggio inoltrato, oramai, e il sole era tramontato. Decise di tornare a casa, di mangiare qualcosa di caldo e di andare a letto presto; l’indomani sarebbe tornato in ufficio e avrebbe cercato di chiarire la situazione con il capo. Se avesse perduto anche quel lavoro, per quanto schifoso e maledetto fosse, sarebbe stata davvero una tragedia. Ma, decise, non avrebbe accettato di varcare alcuna soglia; la sua anima non era in vendita e neppure la sua vita.
M. entrò nel bilocale e si infilò velocemente nella doccia; il tepore dell’acqua lo rilassò e riuscì a rimuovere i cattivi pensieri. Consumò una rapida cena, ascoltando il telegiornale, e diede un’occhiata agli annunci economici alla ricerca di qualche offerta di lavoro. Non erano ancora le ventidue quando decise di andare a letto, in modo da essere ben riposato il mattino successivo e poter discutere con il capo senza perdere le staffe.
Si infilò sotto le coperte continuando a ripetere mentalmente “Non varcherò alcuna soglia, non varcherò alcuna soglia” finché, dopo qualche minuto, si addormentò.
Una voce lontana lo chiamava “Marco! Marco! Vieni, ti stiamo tutti aspettando. Marco!”. M. si voltò e vide la casa dei suoi genitori. Era la vigilia di Natale e la casa era tutta illuminata; suo padre aveva addobbato il grosso abete nel giardino innevato e le luminarie splendevano nella notte. Le finestre erano illuminate e si intravvedevano le persone all’interno dell’abitazione. Da lontano riusciva a distinguere alcune fisionomie: suo padre, sua madre e suo fratello; inoltre vedeva alcune ombre, alle loro spalle, che immaginò essere la moglie e i due figli di suo fratello. “Tutta la famiglia al gran completo”, pensò rabbuiandosi in volto, “e io sono sempre la solita pecora nera. Che bel Natale, Marco!”. All’improvviso la porta di casa si spalancò e, sulla soglia, apparve Lisa. Era molto elegante e gli sembrò ancora più bella dell’ultima volta che si videro. Agitava la mano mentre gli gridava “Forza Marco, vieni! Stiamo aspettando te per aprire i regali!” e poi rientrò in casa. A M. cominciò a battere forte il cuore “Lisa! Non è possibile, Lisa è tornata da me! Questo sì che è un bellissimo regalo di Natale!”. Allungò il passo per raggiungere la casa e salì gli scalini della veranda di corsa. Si avvicinò all’uscio che Lisa aveva lasciato socchiuso e, senza alcun indugio, varcò la soglia ed entrò.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:20
 
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