CAPITOLO 1J di Annalisa Trapani – Scrittura Collettiva

Il maledetto vecchiaccio gli aveva fatto perdere del tempo prezioso, il tempo necessario alla colazione, alla quotidiana dose di caffeina per mandare giù il mondo ostile che lo circondava.
Adesso doveva correre giù per le scale e prendere la metro, a cui per fortuna era abbonato, e cercare di sopportare il tragitto senza farsi troppo coinvolgere da quel mal di testa da astinenza da caffeina che lo guardava e sapeva che stava per arrivare. Poi aveva ancora fame. Maledizione.
Finito di imprecare contro quello sconosciuto gli restava la sensazione di essere stato scrutato e la cosa non gli piaceva affatto: era una sensazione che Marco aveva già provato con Lisa ed era finita decisamente male. I pensieri erano intorpiditi di fronte ai binari e di fianco ad altri sconosciuti evidentemente meno loquaci ma pieni di pensieri anche loro, si vedeva dalle facce grigie e dal terrore di ogni possibile contatto con l’altrui parola o corpo.
All’arrivo del treno la consueta gentilezza asociale e la blanda ricerca di un posto a sedere. Marco avrebbe dovuto sedersi per mantenere la pressione più vicina al sonno e più lontano il mal di testa. Poche forze e quel tipo che si chiamava D. poco prima, cosa gli stava proponendo? Ah in sostanza era un’ora di sogno per un anno di vita. Bell’affare! E se fosse morto tra un anno come designato da chissà quali scritture a cui il signor Borsalino faceva riferimento? Sarebbe passata un’ora che sì potrà sembrare anche lunga ma sempre con quella patina di sogno, non vale! Non vale come un’ora nella vita reale. Forse concettualmente contava di più ma in pratica il velo davanti agli occhi sognanti e la consapevolezza che al risveglio gli sarebbero stati tolti otto anni della sua vita per ogni ora! No, era decisamente una fregatura, una roba che fai al posto di suicidarti, una roba che in una settimana se ti va bene muori. -Ma che mi viene da pensare! Non ho i soldi per una brioche, mia nonna è morta, Lisa mi ha lasciato, quel cane di merda è scappato e Poletti mi farà licenziare. Avrei dovuto prendere il caffè e liquidarlo. Ho fame, non ho tempo per le stronzate.
Scese alla fermata e per fortuna era in anticipo di cinque minuti, giusto il tempo di prendere il caffè ed arrivare in leggero ritardo. No, cappuccino abbiamo detto, più nutriente. “Un cappuccino per favore” sì per favore, non per soldi, come no. Effettivamente a pensarci erano otto anni in meno in cambio di una notte in cui tutto andava bene, in teoria, tutto sarebbe stato perfetto, cosa avrebbe desiderato poi però non lo riusciva proprio ad immaginare ma avrebbe voluto saperlo e se c’era un punto debole in quella faccenda era la sua curiosità. “Grazie” – Cappuccino schiumoso morbidoso, caffè dentro latte fuori. Un cuore sulla superficie. Marco alzò gli occhi verso la cameriera dal sorriso biondo e boccoloso e gli occhi grandi e azzurri, lo stava guardando. Corsi per cappuccini decorati infrangevano sogni focosi con la barista a due minuti esatti dall’ingresso al lavoro. Film hollywoodiano che si impossessa di Marco: “A che ora stacchi?” -l’aveva detto, non ci poteva credere. “Alle tre.” gli aveva risposto.
Senza aggiungere altro Marco si avviò verso la porta d’ingresso, solo conservando lo sguardo in sequenza incredulo-timido-deciso della ignota cameriera bionda di fronte al suo deciso come non lo era mai stato: troppo assurda questa mattinata volgeva al peggio, non aveva soldi per affrontare gli imprevisti. Settanta centesimi: hanno più lettere ma valgono meno di un euro. Quello era il suo unico cruccio mentre già intravedeva Poletti prendere un ascensore con delle carte, i suoi occhiali alla Derrick e il suo austero completo grigio.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:18
 
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