CAPITOLO 1H di Martina Gargari – Scrittura Collettiva

“Amare significa vivere”.Questa era la frase con cui la sua psicoterapeuta lo aveva lasciato il giorno prima. M, non poteva fare a meno di pensarci e ripensarci. Aveva fin troppe cose nella testa che non poteva entrarci anche il Signor D. Un lavoro che non gli piaceva ed una ragazza che lo aveva lasciato. Già.. Peccato che questo “SignorSoTuttoIo” si sia dimenticato di dire che Lisa lo aveva lasciato una settimana prima del matrimonio. “Dettagli – pensò M, – inutili ed insignificanti, – cercò di convincersi – nessuno ci fa mai caso.” Solo Beatrice ci badava, solo lei lo capiva, o almeno ci provava. M, aveva lasciato la sua città natale, aveva bisogno di cambiare vita, amici, lavoro. Voleva un’aria diversa da respirare, priva di quello smog che sporca i muri ed inquina l’anima. Era partito così, senza nulla da perdere. Lisa aveva cambiato la sua vita, l’aveva stravolta e poi nella confusione più totale se ne era andata. “Confusione per confusione, tanto vale andare via”, non una parola in più, non una parola in meno.
Si ritrovò così a girare per le strade di Milano senza una meta. Aveva letto un annuncio di lavoro, per caso e, ci si era fiondato. Aveva letto un annuncio di un “affitta-camere” ed aveva trovato un letto. Ma questo era il periodo estivo. Ora uscendo dal bar M, notava solo foglie gialle sul marciapiede. Nonostante la durezza con la quale l’autunno, ogni anno, salutava M, il giallo era il suo colore preferito. Non aveva mai trovato una spiegazione, forse certe cose bisogna accettarle e basta.Come la nutella.. Bisogna accettare il fatto che, nei momenti di tristezza, se ne ha bisogno. Ed M, questo lo sapeva, ma Beatrice non lo approvava. “Non puoi scappare di nuovo dai tuoi problemi, non puoi affogarli nella nutella, o in qualsiasi altra cosa. Devi poter camminare per strada con la testa alta, perciò: affronta i tuoi problemi. Io ti sarò accanto.” Questo era il primo giorno d’autunno. Ora era passata una settimana ed M iniziava a sentire di averne bisogno. Così per cercare di non cadere in tentazione si mise le cuffiette ed accellerò il passo, l’ufficio lo aspettava. La metro delle 08.20 stava passando e lui era ancora a 10 minuti di distanza. Camminava a testa bassa, come sempre. Cercava di rincorrere le canzoni che la riproduzione casuale gli passava ma puntualmente inciampava nei suoi pensieri e nella sue paure. Erano rare le volte in cui non si trovava, a terra, nella buca fatta di sogni e speranze. Ma quella mattina era una mattina speciale. Inciampato durante le note della sua canzone preferita, stava per cadere quando si sentì travolgere. Si ritrovò a terra, non in una buca. Era sdraiato sul marciapiede confuso dal non riuscire a capire cosa fosse successo. Non vedeva quasi nulla intorno a lui. Era circondato da fogli volanti, ognuno dei quali aveva una grande D, disegnata al centro. “Oddio mi.. Ahahah, scusa ma non riesco a non ridere”. Una voce femminile, due occhi da cerbiatta ed un viso da bambina cresciuta troppo in fretta si intromisero in ciò che M vedeva. La piccola figura si ricompose e con un sorriso nascosto continuò: “Ieri non avevo studiato e la maestra per punirmi mi ha dato 100 D da scrivere sui fogli. In classe nostra abbiamo attaccato al muro l’alfabeto e la D manca.” Nonostante odiasse cadere davanti a tanta gente, quella situazione non potè che farlo sorridere. “Wow, hai dovuto avere molta pazienza. Credo che la lezione ti sia servita.”
“Si, credo proprio di si. Ora scusa ma devo andare. Mamma non vuole che parlo con gli estranei, non glielo dirai vero? E sto facendo tardi a scuola. Ciao signore caduto per colpa del tempo”. Raccolse i fogli dall’asfalto e come arrivata se ne stava per andare, ma ad un tratto si girò “Tieni signore, ti lascio una D. La maestra non se ne accorgerà”.
“Ma non andavi di fretta, piccola peste?”, pensò M. Se fino a poco prima era riuscito a scordarsi il signore distinto, con un abito elegante e leggermente fuori moda, quella bambina con una folata di vento glielo riportò alla mente. Si riteneva un ragazzo, più o meno normale, una cosa però lo rendeva strano agli occhi di parecchia gente. Credeva fortemente nel destino e nei segni che la vita manda. Per questo non riuscì a fare a meno di iniziare a pensare al signor D. “Perchè? Perchè dal nulla si presenta un uomo apparentemente normale e mi propone di cambiare vita?”. M, la sua scelta radicale l’aveva già fatta. Il suo trasloco da una vita ad un’altra lo aveva concluso. Eppure ora gli era stato offerto di rivoluzionare tutto. E drasticamente. Per un’ora di felicità, che sarebbe sembrata infinita, avrebbe perso un anno di vita. Era disposto ad accettarlo? Questo ancora non lo sapeva. Era però arrivato ad una conclusione, se il signor D gli aveva mandato un “segno” tramite una bambina era solamente perchè i bambini credono nei sogni, ci vivono dentro. “E forse”, pensò Marco “è arrivata l’ora di smettere di piangere e riprendere a sognare.”

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:14
 
Commento (1) | 26.03.2012
Commenti
  1. Arianna scrive:

    Bellissimo questo testo mi trasmette molta positività e speranza. Il signor D e’ in tutti noi basta cercarlo ….
    Brava all’autrice complimenti!!

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