CAPITOLO 1G di Daniela M. Falco – Scrittura Collettiva

Infilata una stradina alla sua sinistra, all’angolo col negozio vintage dove gli alternativi di notte si divertivano a svuotare le loro vesciche invecchiate dall’alcol, incrociò un gatto bianco. Non sembrava davvero un gatto di strada, uno di quelli che hanno il pelo poco pulito, se non sudicio, ispido e lo sguardo di chi ti legge dentro. Ah, quello sì, l’aveva! Lo fissava dritto negli occhi come a rimproverargli l’ingenuità con cui aveva creduto a quella visione: un omone che ti offre la possibilità di vivere il tuo sogno ogni notte, semplicemente varcando una soglia in sogno! “Ma che idiozia!” – pensò M. tra sé e sé.
E tirò dritto per la stradina, cercando d’istinto il sacchetto di tabacco che fedelmente portava sempre nel taschino destro della giacca. Dannazione! Finito anche quello. “Una giornata iniziata davvero bene”, disse ironicamente a se stesso e proseguì. Finché una voce lo colpì. Non capì da subito da dove provenisse – era vicina, in fondo. Da dove poteva provenire? “Buongiorno! Oh beh, cominciamo bene! Nemmeno più si risponde a un saluto educato!” – ma chi diavolo era? Forse che qualcuno lo seguisse? Ma chi?
Si voltò più volte incredulo, neppure un passante a dar conferma alla sua supposizione: era decisamente un’allucinazione. “Ma dove cerchi?”. M. ruotò su se stesso almeno tre, quattro volte, prima che la stessa voce gli dicesse: “Ho capito che sono solo un gatto, ma al saluto potresti anche rispondere! O la tua mamma non ti ha insegnato le buone maniere?!”. A quel punto M. pensò che avesse proprio bisogno di una vacanza – certo, e con quali soldi? Ah, il Pacifico. Che sogno! Poteva sempre partire e vendere collanine in riva al mare, o magari preparare cocktail fruttati, non era mica vecchio per reinventarsi una vita?
“Certo che sei uno strano! Parlo con te! Pronto?” – il gatto smise di ripulirsi l’occhietto con la zampa e lo fissò ancora una volta. M. cedette del tutto a quella visione. Eppure non sognava, non allucinava. D’accordo, non aveva potuto ordinare la brioche, tra l’altro ora che ci pensava, nemmeno più il caffè aveva bevuto. Ma certo, tra un calo di zuccheri e le traveggole ce ne passa! Si fermò nel suo roteare strambo proprio davanti al gatto, lentamente, con fare scettico e sguardo corrucciato, si abbassò sulle ginocchia fino a poggiarne uno sull’asfalto e allungò un indice accusatorio contro l’animale: “Tu hai parlato!!”, “Tu parli!” – esclamò d’improvviso come risvegliatosi dalla trance in cui era piombato. “No, ma figurati, un gatto che parla! Mica son cose che succedono!” – rispose il gatto, col sopracciglio destro alzato, e sistemandosi i baffetti ritti. “Cerchiamo di capirci qualcosa…” – intervenne come tra sé e sé M., ma ad alta voce, già immerso in una successiva riflessione, “Carino, non c’è un gran che da capire. Sono un gatto e parlo. Ah, il mio nome è Phoenix e ti accompagnerò in questo tuo percorso. Ergo: abituati all’idea che io parli. Se non ti sta bene, fa lo stesso. Il signor D. mi ha incaricato con questa missione e l’eseguirò, anche a costo di costringerti”. M. si ridestò nuovamente dal proprio trasalimento, “Possibile che stia succedendo davvero?”, “Pronto? Ah, bene, anche lento di comprendonio” – il gatto continuava nel suo leccazampa-raspaocchio-drizzabaffi. Poi si fermò statuario. “Sta succedendo davvero”, M. dovette arrendersi all’evidenza di un gatto bianco, di nome Phoenix che gli stava davanti e gli parlava di una sua missione e di un proprio percorso. Che, nonostante non avesse dato credito al Signor D., si stesse avviando un viaggio allucinato in qualche dimensione parallela? “Chiariamo un punto, ciccio. Non inizierai un percorso in qualche universo parallelo, no. Non facciamo fantascienza qui. Nemmeno ti aprirò le porte della percezione, non sono il tuo guru hippie, io. Il percorso che ti mostrerò lo inizierai tu, solo. Io sarò la voce che ti guiderà, che illuminerà gli angoli più bui, che ti ascolterà quando avrai paura e ti conforterà se sarà necessario, ma sarai essenzialmente tu la tua unica e sola guida. Tu sarai l’eroe di un’avventura fantastica che terminerà gli oscuri autunni della tua miserabile vita finora. Niente sarà più lo stesso, d’ora in avanti.”
M. non è che riuscisse a seguire tantissimo il discorso, perlomeno non nella sua interezza. Figuriamoci! Seguire un discorso di un gatto, con un nome come Phoenix, in una strada di Milano, in una mattina da starsene rifugiati sotto una coperta al calduccio lontano da un mondo che, tanto, mica lo aveva mai capito!
Poi, come rinsavito, disse: “Ci sto”, e sorrise fiducioso agli occhi felini, “dimmi quando e come, e inizierò questo percorso. Ho solo una domanda: perché io? Perché oggi? Perché?”. “Il gatto ammiccò un sorriso che celava della sarcastica saggezza derivata da chi la strada, la vita, quella dal retrogusto acre in bocca, la conosceva bene e rispose: “Ora è il momento, quello giusto. Tanto peggio di come ti sta andando la vita negli ultimi tempi non potrebbe andare. Ciccio, ascoltami, buttati, e col tempo capirai. Certo, se sei così lento di comprendonio come stamattina siamo decisamente a cavallo! Ma che vogliamo farci? Non tutte le ciambelle riescono col buco”. Sospirò. Assunse quindi un’aria mansueta, si mise sulle quattro zampette ed iniziò a incamminarsi verso il fondo della stradina, “che fai, non volevi iniziare?” – si voltò tranquillo e con la coda ondeggiante attese una reazione di M. “Certo! Scusa! Aspettami, arrivo!”, M. raggiunse Phoenix e, fianco a fianco, iniziarono il cammino che avrebbe condotto il giovane uomo ad una tappa del tutto sconosciuta, ma tanto, tanto emozionante della sua vita.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:13
 
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