CAPITOLO 1E di Mariantonietta Sorrentino – Scrittura Collettiva

No, si disse M., cambiando direzione. Era meglio evitare la metro, per ora.
“Preferisco camminare..come quando Dalia mi lasciò e non riuscivo a farmene una ragione”.
Camminare lo aveva aiutato spesso.
Certo, la sua Milano non era Positano o Furore, dove il mare irrompe fragoroso d’inverno e schiumoso avanza, si fa largo sulla battigia, affondando gli artigli tra le barche a riposo.
Là nel fiordo più a Sud di Europa era impedito l’avanzare dei brutti pensieri. A M. occorreva sedimentare l’accaduto. Non ne avrebbe parlato ai colleghi e nemmeno agli amici. No, di certo.
Dopo meno di dieci minuti sfiorò una libreria ambulante. Una rapida occhiata e la sua attenzione si catapultò su di un tomo.
“Ecco quello che fa per me”, se lo disse come rincuorato da un punch, uno di quelli che suo zio Luigi sapeva preparare così bene.
Prese a sfogliare quelle pagine. Era un piccolo libro eppure convincente. M. era rimasto vagamente rapito dalla copertina raffigurante un golfo, un lacerto di mare mosso quanto basta, poi, in basso un fico d’india appena accennato. Mentre lo sfogliava rammentò che non aveva denaro per pagarlo. L’ambulante, viso rotondo e berretto da garçon salmone scuro, gli venne incontro inopinatamente. “Dottò, tranquillo, non c’è problema” – e dopo una pausa eloquente ( M. si gingillava tra le mani il libro in malcelato imbarazzo) – “ma come non mi riconosce?”. Francamente no, voleva rispondergli Marco, ma si sforzò di mantenere la faccia pacatamente incuriosita tenendo a bada i muscoli facciali. Era una strategia che spesso gli riusciva, ma non sempre.
“Sono Raffaele, Raffaele Amatruda. E’ venuto in ferie questa estate a Furore nel B&B di mia sorella, si ricorda mò? Mica l’ ha dimenticato..” . Beh, lo ammetto, la tua faccia non mi diceva nulla. Del resto mica sei una bella ragazza, pensò M. sforzandosi in un sorriso di circostanza.
Ora rammentava, la darsena, il vecchio porto di Amalfi, il gelato al limoncello gustato davanti alla luna rossa da favola.
Tra i suoi pensieri e lla breve conversazione si insinuò la città. Milano prese a riempirsi di suoni e movimenti convulsi, sempre più convulsi. Un’onda sussultoria quella Milano effervescente nonostante autunni nebbiosi ed inverni gelidi.
Ad M. era piaciuta per questo la città: l’aveva scelta senza rimorsi per migliorare la sua professionalità!
M. ringraziò Raffaele; lo fece nel modo più espansivo e consono che conoscesse.
Sorrise, il suo era un’arma assolutamente letale per ogni eventuale imbarazzo, e superò l’ empasse con la promessa di ripassare domani stesso.
Strada facendo, libro nelle mani, Marco ne rimirava, ma solo di tanto in tanto, l’aspetto dégagé nei toni e nell’ impostazione. Era il diario di viaggio di un ventenne, John Strutt, un pittore nonchè giovane inglese che, alla fine dell’800, s’era imbarcato in un’avventura al Sud grandiosa , grandiosa almeno per quel tempo.
E un’ avventura si era appena prospettata ad M. quella mattina nel bar. Smise di porsi domande, anzi si impose di accantonare l’accaduto per poterlo osservare come a distanza.
Guardò il semaforo come se lo vedesse per la prima volta.
“Davanti ad un’avventura ogni cosa cambia aspetto”, il monito di famiglia gli si era affacciato improvviso, tanto improvviso che sobbalzò quando venne interrotto da una frenata stridente.
“Ehi, da quando i libri a Milano si leggono per strada ?”.
Che voce familiare, si disse voltandosi tra l’irritato ed il sorpreso. “Ciao Ceralacca!”. Una risata accompagnò il saluto fragoroso. E un fiume carsico di ricordi lo afferrò. Matteo, compagno di scuola e,poi, batterista talentuoso della loro band.
Pareva che quella mattina di un autunno dei più prevedibili gli avrebbe, invece, riservato sorprese..

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:08
 
Commento (1) | 26.03.2012
Commenti
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