CAPITOLO 1D di Claudia Del Giudice – Scrittura Collettiva

Marco si guardò intorno, nessuna traccia del vecchio signore. Chissà come gli era venuta in mente quella strana storia, un matto in cerca di compagnia che aveva inventato la storia del sogno per attaccare bottone. Quello strano accento leggermente francese, lo avevo turbato, sembrava uscito dal film Matrix, pazzesco. Sospirò e decise di avviarsi verso la metro godendosi il tiepido sole che cominciava a riscaldare; rallentò il passo e promise a sè stesso di non fare come al solito: avrebbe rallentato il ritmo e si sarebbe goduto ogni singolo momento della sua giornata.

La chiacchierata, la sera prima, con l’amica Francesca gli aveva fatto un gran bene; erano andati da Frank, il pub irlandese vicino casa, dove si incontravano ogni tanto per una birra e per raccontarsi un po’. Francesca era un’amica da sempre, discreta, comprensiva e diretta come solo una vera amica sa essere. Marco le aveva raccontato di quella perenne sensazione di fuga che aveva quotidianamente, era come rincorrere un treno in corsa: si sentiva sempre in ritardo su tutto, il lavoro, l’amore, gli amici, non riusciva a riposarsi, a rallentare, a godere il momento, come se mancasse sempre qualcosa alla sua giornata, un continuo rincorrere qualcosa. Ma cosa? Francesca lo aveva ascoltato silenziosa, annuendo; nel suo jeans e camicia bianca, sembrava una giovane studentessa all’ultimo anno di college, non aveva perso affatto il suo fascino. Lo aveva capito subito e, come sempre, lo aveva consigliato con saggezza: cosa succederebbe se perdessi il treno? Gli aveva domandato. E così aveva cominciato a rallentare il ritmo interiore, perchè un treno lo aveva perso e nn serviva affatto inseguirlo. E per rallentare il ritmo interiore, gli aveva spiegato Francesca, doveva rallentare il suo passo, respirare profondamente e avvertire l’aria riempirgli la pancia. Piacevole, doveva ammettere; e provare, almeno per un paio di giorni, valeva la pena.

La metro era vicina, il giovane dall’aria annoiata era sempre lì al lampione a quell’ora, aspettava la ragazza dagli occhi verdi arrivare. Con la sua borsa a tracolla, la giacca di jeans, gli occhiali e i capelli alle spalle, sembrava uno di quei giovani studenti di architettura pronti a rivoluzionare il mondo. Lo superò e, forzandosi per non correre, cominciò a scendere le scale della metrò; un euro era sufficiente per acquistare il biglietto e tornare a casa fortunatamente. Ed aveva proprio bisogno di stendersi e riordinare i pensieri.

Quell’uomo strano, con la storia del sogno lo aveva leggermente turbato, suo malgrado.
Sogni, una gran perdita di tempo, pensò, mentre acquistava il biglietto alle macchinette. A cosa mai può servire sognare, roba da ragazzetti che non hanno preoccupazioni. A cosa mai serviranno i sogni? L’anziano signore aveva visto giusto in questo: di sicuro levano un anno di vita creando delle aspettative troppo alte sul futuro. No, nn aveva assolutamente bisogno di questo, pensò Marco, salendo sulla vettura della metrò che gli si era appena presentata davanti: aveva bisogno di rallentare, vivere il presente e smettere di crearsi aspettative mai soddisfatte sul futuro. Triste, pensò, forse: ma almeno realistico, si disse sorridendo e sedendosi nell’unico posto libero del vagone. Ora poteva rilassarsi per una mezz’ora circa. Sperando che il bimbetto seduto al suo fianco non cominci a giocare e ridacchiare, intollerabile in quel momento. Chiuse gli occhi. Rilassarsi e godersi l’attimo. Rilassarsi. Rilassarsi.

La voce della metro che avverte della fermata: mezz’ora è decisamente breve e veloce.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:01
 
Commento (1) | 26.03.2012
Commenti
  1. nino bindi scrive:

    Se cominci vai avanti. Molto moderno lo stile con cui viene fuori una storia d’oggi in cui le anime pian piano squarciano il velo di uno stressante quotidiano.

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