CAPITOLO 1C di simone righini – Scrittura Collettiva

M. scese gli scalini che portavano alla Metro a due a due, in fretta, come aveva fatto in automatico tutte le mattine degli ultimi 2 anni. Sotto terra, tra uomini d’affari distratti e ragazzi che ridono, sembravano tutti un po’ come pezzi del Tetris, all’arrivo del suo treno, pendolari incastrati in due file accanto ad ogni porta per entrare educati dopo aver atteso l’uscita delle altre persone.
Tanta gente eppure nessun anziano e un bel posto libero alla fine dei sedili, quel posto che ti autorizza a farti gli affari tuoi, perchè è lontano da tutti. M. Pensò in fondo sono dieci fermate, si sedette e chiuse gli occhi.

Nel sottobosco meccanico fatto di rumori civili, brusche accelerate e odore d’olio dei freni, M. ad occhi chiusi si dimenticò velocemente di tutto, e iniziò a dormire. Puntuale si trovò di fronte due porte, una di legno tutta consumata che ricordava un’altra epoca, l’altra moderna tipo ascensore a vetri o… come quelle porte a scorrimento automatico dei negozi di vestiti. Provò una serie di pensieri confusi eppure forti di una grande certezza “ah! lo sapevo che mi avrebbe influenzato!” Non era bello come un sogno lucido, guardandosi attorno vedeva una stanza complicata fatta di tanti cavi e circuiti con poca luce, non c’era rumore nel sogno, i sogni di M. erano sempre muti, come i film di una volta. Sapeva di poter scegliere l’una o l’altra porta e prima di fare un solo passo si ritrovò su un autobus in corsa e l’autista non voleva saperne di fermarsi. M. veniva sballottato da un lato all’altro dell’autobus, inerme si disse che doveva scendere in fretta, ma quando si fece strada tra i sedili cercando l’uscita anziché le porte dell’autobus c’erano ancora le sue due porte, quella di legno e quella trasparente automatica. Fece un passo indietro, si rivolse all’autista cercando di toccarlo con le mani per attirare almeno la sua attenzione. L’autista rispose solo con un forte spintone sulla spalla e M. si svegliò di colpo, c’era una vecchietta in piedi che lo fissava in cagnesco, un paio di ragazzi coi cellulari in mano ridevano forte e appena arrivata la stazione, si accorse di aver mancato la sua fermata, e di molto.

“Chissà cosa sognano gli altri, chissà se posso dirlo a qualcuno”. M. si faceva queste e tante altre domande entrando in ufficio.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 11:58
 
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