CAPITOLO 1B di Patrizia Bartoli – Scrittura Collettiva

M. non andò in ufficio e non parlò con nessuno di quel signore distinto e bislacco, ma non lo dimenticò in fretta, come invece gli accadeva sempre quando qualcuno che non conosceva entrava per un momento a far parte della sua vita.
“ Vita modesta” sospirò fra sé, mentre il cielo di ottobre s’incupiva quasi improvvisamente.
“ Vita del cazzo!” ringhiò più forte nell’aria.
La giacca leggera che indossava non lo riparava dalle folate di vento che si levavano una dietro l’altra e affrettò il passo verso la stazione della metropolitana che era dietro l’angolo.
Scese le scale mobili a due a due e si ritrovò sul binario che andava verso San Siro. Si disse che avrebbe preso il secondo treno in transito perché non aveva nulla da fare.
Intorno a lui, uomini e donne che si apprestavano ad affrontare la nuova giornata. Leggevano il giornale, controllavano l’orologio, scambiavano qualche distratta parola, sbadigliavano, probabilmente imprecando già contro qualcuno o qualcosa.
“ Marionette che ogni mattina ripetono gli stessi gesti” pensò M. che non si sentiva molto diverso da loro.
Un po’ più distanti dagli altri ma non proprio nascosti, due ragazzi, con gli zaini della scuola sulle spalle, fumavano senza paura uno spinello.
M. sorrise al ricordo della sua prima canna ai tempi del liceo. Glauco era stato il suo diavolo tentatore. Amici fin dagli anni delle elementari, passavano lunghi pomeriggi vagabondi per le strade del quartiere in attesa che succedesse qualcosa. Non tornavano a casa che verso sera, prima che facesse buio, e se il freddo pungeva la faccia e intirizziva i corpi si lanciavano in corse disperate sui marciapiedi. Non avevano mai soldi e quei pochi li spendevano in sigarette e birre.
Un giorno Glauco lo trascinò nel retrobottega di Bruno il barbiere che tagliava i capelli e faceva la barba solo a chi lo pagava in anticipo. Non c’era verso di convincerlo, era un diffidente patologico; i suoi clienti abituali gli dicevano che era proprio matto ma non se ne andavano perché con le forbici e il rasoio lui ci sapeva fare.
Il retrobottega era un posto sicuro dove da sempre M., Glauco e altri amici del giro si ritrovavano a sfogliare i giornaletti pornografici, a fumare sigarette, a chiacchierare delle ragazze, del Milan e dell’Inter.
Quel giorno, pero, Glauco era strano, silenzioso e guardingo. Quando M. sprofondò nella poltrona gialla sfondata e prese il pacchetto di Marlboro dalla tasca dei jeans, l’amico gli fece vedere ciò che fino ad allora aveva tenuto nascosto nella sacca di tela: una sigaretta striminzita e storta che M. guardò senza capire.
<< Oh, M., sei proprio scemo!>>
Scemo o non scemo, M. non ci pensò su troppo e fumò con Glauco il suo primo spinello.
Una tirata per uno, fino al purgatorio e ritorno.
Niente paradiso, niente trip celestiali ma pensieri imbizzarriti e risatine cretine. E un gran mal di testa, dopo. E la fame.
L’arrivo della metropolitana riscosse M. dai suoi pensieri. Cercò i due ragazzi ma quelli non c’erano più. Erano spariti.
Come Glauco tanto tempo prima. All’alba dei loro vent’anni, M. si era iscritto senza voglia a Economia e Commercio, poi a Filosofia dando tre esami tanto per far contenti i genitori. L’amico, invece, sorprendendo tutti coloro che lo conoscevano, si era fatto carabiniere.
Una calda mattina di luglio M. lo aveva accompagnato alla Stazione Centrale e da allora non l’aveva più rivisto.
Dopo qualche mese Glauco era morto mentre era di pattuglia sull’Aurelia che da Livorno scende lungo la costa. Ucciso da un balordo che lo aveva investito e poi si era dato alla fuga. Il compagno era sopravvissuto ma M. non aveva mai voluto incontrarlo.
Novembre. Era il nove di novembre di quindici anni prima. Maledetto autunno.
Come aveva deciso di fare, non salì sulla metropolitana che stava già chiudendo le porte.
Si appoggiò al muro e chiuse gli occhi lasciando che il volto di Glauco gli inondasse la mente. Il suo naso grosso ma non brutto, la bocca sempre pronta al sorriso, gli occhi che ti si puntavano addosso spavaldi.
A vent’anni, dopo la sua morte si era sentito perso.
E ancora gli mancava terribilmente. Certe notti, quando si svegliava di soprassalto, aveva la sensazione di averlo sognato, ma il sogno svaniva prima che potesse acchiapparlo.
Gli tornò in mente il signore distinto che lo aveva avvicinato soltanto mezz’ora prima al bar dei mattinieri e ripensò alla sua strana proposta.
Quell’uomo, che sembrava sapere alcune cose di lui, gli aveva chiesto un po’ del suo tempo, un’ora per un anno.
<< Come le ho detto voglio solo il suo tempo>> erano state queste le sue parole.
Ogni notte, un’ora di sogno per un anno della sua vita.
“ Chissà come ha scoperto tutte quelle cose su di me.” si domandò M.
Poteva aver chiesto in giro, trovando senza fatica qualcuno pronto a parlare. Nel quartiere in cui abitava, molti lo conoscevano e per qualche spicciolo avrebbero spifferato ogni cosa sul suo conto, vera o falsa che fosse.
Comunque quell’uomo era un matto o un burlone che godeva a prendersi gioco del primo fesso che incontrava e quella mattina era toccato a lui.
M. scosse la testa e alzò lo sguardo davanti a sé sul marciapiede che si stava di nuovo riempiendo.
In piedi, quasi sotto l’orologio che segnava le otto e undici minuti, lo vide: l’abito elegante leggermente fuori moda, il borsalino, il sorriso compiaciuto, non poteva che essere lui: il signor D.
M. rabbrividì, stringendosi nella giacchetta troppo leggera che non poteva ripararlo dal sentimento di paura che gli montava dentro.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 11:55
 
Commento (1) | 26.03.2012
Commenti
  1. paola pederzoli scrive:

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