CAPITOLO 1A di Maria Teresa Azzoni – Scrittura Collettiva

La metro non era lontana e Marco ci si infilò distratto, saltando i gradini della scala mobile a due a due come faceva da ragazzino, senza curarsi delle persone incolonnate, fantasmi urbani come li chiamava lui, che sfiorava con la sua ombra di gatto.
Il muso del treno all’ingresso della stazione sollevava un vento caldo e ferroso, liberando l’umanità transumante dall’attesa, dall’urgenza di essere giá dove si dovrebbe essere, invece di essere lì, costretta in un tempo di mezzo.
Anche Marco, naufrago come tutti gli altri, si accasciò sul sedile grigio del vagone, le braccia appoggiate a se stesso, a quelle gambe lunghe e magre, lo sguardo perso nel linoleum zigrinato e nero, e poi nel vetro di fronte che rifletteva il suo strano ciondolare.
Al suo fianco si era seduta una vecchia dai piedi informi, avvolti in ciabatte logore, senza più anima per camminare, e a Marco sarebbe piaciuto abbracciarla, dirle che sì, lui lo sapeva, lui lo sapeva che tutto accade senza che ci si accorga di nulla.
Ma sono cose che non si fanno, questi sono vezzi, guizzi di tenerezza delle nostre anime piccole, e Marco, nonostante la giovinezza lo abiti ancora, non è del tutto innocente.
Strisciò il badge nel tornello che lo aspettava al varco della grande hall aziendale, tutta fredda nei suoi colori pastello, senza un odore, una traccia dell’andirivieni, chi esce, chi entra, chi scappa, chi non tornerà più.
Voleva salire da Marta, la sua collega del piano di sopra, quella che stava al personale a fare da assistente al reponsabile Risorse Umane, HR, così lo chiamano, Heic Ar ha detto questo, Heic Ar è in conference call con la sede americana, Heic Ar non c’è, tornerá lunedì, vuole lasciare un messaggio; Heic Ar non è un nome, non è un uomo, è una funzione aziendale personificata, un’astrazione incarnata, non si può fare diversamente, non siamo robot.
C’erano giorni che Marco avrebbe voluto rapire Marta e portarla in un bosco, infilarsi con lei nella pancia di una quercia, come orsi in letargo.
Perché Marta è bella e non ha paura di niente, Marta se ne frega di lavorare per una miseria a progetto, Marta non sente la noia, la mancanza di senso, Marta ride e mangia cioccolato in ufficio, in barba ai divieti.
Marco entrò senza bussare, sapeva che Heic Ar era in America per il piano di ristrutturazione che lo avrebbe licenziato insieme a molti suoi colleghi, e in ogni caso, Marta lavorava in un piccolo ufficio tutto suo, un’anticamera collegata al grande salone a disposizione di Heic Ar, dove Heic Ar pensava, discuteva, si riuniva, telefonava alla moglie, confermava l’appuntamento all’amante, sempre vaporoso nel maglioncino di cachemire blu oltremare.
Marta?
Marta levò i suoi occhi gioiosi dai documenti in cui era immersa. Che c’è Marco? Adesso ho poco tempo, devo preparare una mail urgente per Heic che è su tutte le furie, che vuoi adesso, che faccia che c’hai, ma che hai fatto?
Marta.
Eh! Dimmi veloce.
Ho fatto un incontro strano.
Si vede, disse Marta, a quel punto un po’ più attenta.
Ma strano, strano. Un uomo si è seduto al bar dove cercavo di fare colazione senza riuscirci, e mi ha offerto di cambiare vita.
Cambiare vita? Rispose Marta aggrottando la fronte in tante piegoline, come se avesse un libro poggiato lì, di traverso sulla testa, Cambiare vita in che senso?
Niente, cambiare vita nel senso che io gli dò il mio tempo, e lui in cambio mi farà vivere durante il sonno il sogno della vita che vorrei, e per ogni ora di meraviglia notturna, lui si prenderà un anno della mia vita.
Ah, disse Marta, come se prendesse davvero sul serio la faccenda, e come si chiama questo benefattore?
Il signor D, rispose Marco passandosi la mano fra i capelli morbidi che gli si sistemavano intorno al viso come volute su un capitello.
Vuoi dire il Signor Diavolo? il signor Demonio, vediamo, signor D. , signor D. , fammi pensare, ah sì, il signor Disgraziato degli inferi, il signor Denigrato dai cieli, il signor Dannato imperituro, il signor Destino inverso, il signor Dammil’anima…
Smetti, smetti, Marta. Se non è una bufala, uno scherzo scemo, e io credo che lo sia, è senz’altro lui, Quello, insomma, il disgraziato, il dannato e tutto il resto.
Rimasero un momento in silenzio, il tempo si è infilato in un buco, si dilata un pochino, quel tanto che basta per convincerti che l’infinito si può sperimentare, che l’eternitá è adesso, niente succederá più, solo Marta e Marco che cadono l’uno nell’altro.
Bene, disse Marta, ritornando al mondo, Adesso ho da fare, se vuoi ne parliamo all’uscita e mi dirai che cosa vuoi fare con il signor Dammiiltuotempo.
Allora tu ci credi? o pensi che io sia pazzo?
Tutte e due le cose, veramente. Ma tu, dico proprio tu tu, ci credi?
Io penso che sono triste, che non voglio che il tempo mi attraversi trovandomi un giorno con i piedi informi, senza più anima per camminare, senza essermi accorto di quello che la vita ha fatto con me.
Ah quindi vuoi fare come Achille?
Achille Achille?
Sì, Achille che ha chiesto agli Dei di vivere come un guerriero, come l’eroe per sempre adorato, di morire immune dalla disgrazia della decadenza del corpo, del degradarsi in una morte qualunque, per sempre giovane, perfetto, indifferente al tempo e ai suoi inganni.
Marco scosse la testa come un grosso cavallo, Questa vita è senza sogni, senz’anima, non voglio gloria, ricchezza, non sono di cartone, Marta, non è questo che chiederei al signor D.
E che cosa gli chiederesti di grazia?
Non lo so, forse di imparare a sognare, disse Marco aprendo la porta per uscire.
Marco?
Sì, dimmi, rispose Marco girandosi appena.
Qualunque cosa gli chiederai, o qualunque sogno vorrai fare o potrá capitarti, devi sapere una cosa.
Cosa?
Achille si è pentito.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 11:49
 
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