Capitolo 1 ZD Alessandra Brisotto – Scrittura Collettiva

“Voglio provarla!”

Si accorge di aver pensato ad alta voce, intimoritosi controlla di non essere stato udito da nessuno.

La divisa grigia e nera, irrigidita dal tempo, con il cappello afflosciato sull’estremità destra dell’appendino compone un invisibile corpo che lo richiama a sé in un vortice di energia centripeta.

È quasi ora di cena.

Deve andarsene da lì, lasciare immediatamente quella stanza.

L’armadio a sei ante di rovere massiccio piove a dirotto sul suo capo come l’ombra del padre, quando compariva improvvisamente, lunga e vibrante sulla sua nuca.

Tuttavia è morto l’anno precedente.

-Italo! Italo! Vieni! È pronto in tavola! Muoviti! Si raffredda!-

Il bambino in ombra chiude le ante dell’armadio, una dopo l’altra, sollevandole leggermente, con estrema accortezza, per evitarne il cigolio.

Suo padre gli ha vietato l’ingresso nello stanzino della soffitta, dove conservava “I ricordi di famiglia” diceva”…ed altro…”

Ma era morto l’anno precedente dimenticandosi di esimerlo dal divieto e di graziarlo dall’oppressione.

Un ragno secco pende dalla lampada addormentata sul tavolino ovale di legno intarsiato.

E la polvere.

Curiosità e fascino si spacciano ovunque, giorno dopo giorno, come un’eco ossessiva del “…ed altro…”

Ed altro significa mistero.

Il padre.

Sua madre ha le dita dei piedi intrecciate e le labbra sottili come parentesi grafe. I due minuscoli occhi pallini penetrano nella testa e nello stomaco incavato di Italo lasciandovi piccoli fori e pulviscolo.

Ma lui ancora non se ne rende conto.

Soffre di acuti e frequenti dolori addominali che compaiono e scompaiono magicamente, da un istante all’altro, senza lasciare alcuna traccia visibile.

All’età di sette anni e mezzo è già un piccolo colabrodo vagante, un barattolino di latta crivellato e sghembo.

* * *

-Il sapone liquido no! Lo sai che non lo voglio! Dov’è la mia saponetta verde? Dove l’hai ficcata?-

-Nel portasapone bianco; guarda nel secondo cassetto a sinistra…- Risponde Ines dallo studio.

- …fissazioni…che razza di…- Rigurgita sottovoce.

Italo si sfrega ripetutamente le mani, palmo e dorso, dorso e palmo, i polsi, poi di nuovo dorso e palmo e palmo e dorso e le dita giù, fino alle unghie, con decuplicata energia e velocità, poi ancora i polsi e un rotolo concavo e cavo delle mani, l’una nell’altra, a grattugia.

Acqua gelida.

Davanti allo specchio i suoi occhi. La bocca bomba d’acqua, le guance gonfie e sgonfie in un risciacquo ipnotico, a fisarmonica.

Un uomo.

Sputa rumorosamente l’amalgama rosa d’acqua e saliva, qualche goccia di sangue dalle gengive.

Si rasa i capelli.

In pochi secondi il lavandino si riempie di ciocche grigio-castane e un ghigno.

Pulizia.

Pulizia.

Pulizia.

Parola d’ordine pulizia, radere al suolo, proibito entrare nello stanzino in soffitta.

Italo è lo stanzino in soffitta.

Quarantott’anni compiuti da diciannove giorni.

Senza tregua gli ricresce il fanciulletto nella testa.

Italo è i capelli, i riccioli che commuovevano zia Letizia e che lo atteggiavano “così dolce…”

Senza tregua se li estirpa per cancellare ogni traccia.

Quel bambino deve morire, sparire, con lo stanzino, l’armadio a sei ante e la divisa uomo-padre.

Basta chiudere gli occhi o nascondersi tutto dietro le palpebre.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 13:05
 
Commento (1) | 26.03.2012
Commenti
  1. Francesco scrive:

    Bello, asciutto, penetrante. Lancinante.

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