Archivi del mese: marzo 2012

Wienna

Wienna

Werner si prepara ad atterrare a Vienna, città natale. E mentre sfoglia il suo diario affiorano altri ricordi più lontani, fatti di luoghi che credeva abbandonati, di genitori spesso assenti e di loro, i miglioramici: Florjan impavido domatore di serpenti, Astrid bellissima e tormentata come la tristezza e Reinhold mascherato da uomo sicuro e vincente. Una casa a cui ritornare, i suoi miglioramici, una spalla a cui aggrapparsi per riappacificarsi con le proprie colpe, le proprie scelte di vita e il destino stesso.Camminando su strade che forse non riconoscono più i suoi passi, Werner insegue il proprio passato accompagnato da fantasmi da scacciare, in una lunga notte verso i suoi trent’anni sotto il continuo presagio della fine di qualcosa. Continua a leggere »

Pubblicato il mercoledì 28 marzo 2012 - 15:52
 
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carofiglio

Ad occhi chiusi

“ Il persecutore è un predatore che adotta una condotta tendente a provocare nella vittima afflizione emotiva e altresì il ragionevole timore di essere uccisa o di subire lesioni fisiche. E’ difficile rendersi conto dell’intensità della paura e dello sgomento provati dalla vittima. L’orrore è talmente intenso e costante che spesso sfugge  alla comprensione di chi non ne è coinvolto…” Martina Fumai, una giovane donna molto graziosa, è vittima di un predatore. Quando sceglie di ribellarsi, denunciandolo, non trova un avvocato disposto a sostenerla. Continua a leggere »

Pubblicato il mercoledì 28 marzo 2012 - 10:59
 
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un tubo in gola cover

Un tubo in gola

E’ normale che un uomo in coma riceva le visite della moglie, e dell’amante, e dell’altra amante, e di figli di donne diverse? E se decidessero di renderlo donatore di organi quand’anche sia ancora vivo e lucido? Eppure di storie tristi è tappezzata tutta la sua vita. Ma anche di avventure, passioni divorate e consumate  alla ricerca dell’affetto perduto della mamma. Per non parlare poi del padre, che da vedovo si è rivelato forse il suo parente più infido. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 18:14
 
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limoni

Piccoli limoni gialli

Davvero entusiasmante il romanzo “Piccoli limoni gialli” di Kajsa Ingemarsson, una giovane scrittrice norvegese, l’edizione Mondadori è anche in versione economica. Non è una nuova uscita, ma vale la pena conoscere un mondo a noi apparentemente lontano come quello svedese, attraverso gli occhi di questa scrittrice attenta a riportare nella storia da lei trattata una serie di temi veramente attuali e più che mai interessanti. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 17:38
 
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botteghe

Le botteghe color cannella

Questo racconto un po’ dolente si fa leggere che è una meraviglia. Sarà che il dolore, una volta digerito e masticato per notti intere, a volte si trasforma lieve in pieghe sotto gli occhi, in smorfie dolci, ma ti lascia lo stesso guardare in faccia da tua moglie o dagli amici il giorno dopo, senza disperare; magari contribuendo ad alimentare quell’attaccamento ai preziosi dettagli dei giorni. Sì, qui volevo arrivare, a confessare come dentro al racconto “Gli uccelli”, Bruno Schulz, riesca a narrare le gesta del padre tra sbattimenti di ali e afflizioni di uomo in declino, come se fosse, in fondo, solo una scena da consegnare alla storia. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 17:17
 
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Una promozione al giorno..

Con “la leggerezza e lo sguardo divertito e acuto che la contraddistinguono da sempre”, Sophie Kinsella va dritta al cuore dei rapporti affettivi. Ma è con il fiuto di chi ha una laurea in economia che Madeleine Wickham è diventata la regina del chick lit ed è arrivata a scrivere best seller internazionali. Ormai lo sanno tutti che Sophie Kinsella e Madeleine Wickham, oltre a essere due ragazze alla moda, sono la stessa persona. Ma se ti fai chiamare Sophie Kinsella e diventi famosa per il ciclo I love shopping (da quello per la sposa a quello per il baby) e poi recuperi dal cassetto i romanzi che hai scritto col tuo vero nome quando eri ancora la giovane Madeleine Wickham, hai fatto bingo. Anche in digitale. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 17:09
 
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scrittura_collettiva

via alle votazioni per la scrittura collettiva!

Buongiorno a tutti!

Dal 26 marzo al 1° aprile potete rileggere tutti i capitoli in gara qui sotto. Potete votare il vostro capitolo preferito usando i like di Facebook sul relativo post. Potete condividere sulle vostre bacheche il vostro capitolo ma, ai fini della gara, verranno contati solo i like ricevuti dai post del blog 24letture.

Potete leggere tutti i capitoli UNO arrivati fin ora sulla pagina principale della scrittura collettiva!

Se volete leggere dall’inizio il nostro libro, trovate l’incipit qui.

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 13:41
 
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Incipit scrittura collettiva 2012

L’autunno non è il periodo fortunato di Marco: la morte della nonna, la fuga di Lapo, il golden retriever che non era mai tornato a casa, dalla minima decisione sbagliata fino alla rinuncia ai sogni che aveva osato fare da ragazzino, tutto di solito succedeva in autunno. Quest’anno non faceva differenza. In strada al mattino presto, cercava di riordinare le idee, dare un senso logico a quello che gli era successo negli ultimi giorni.

L’autunno si ripresenta anno dopo anno, metodicamente. Ma ogni città lo vive a modo suo. Milano lo accoglie con un misto di sollievo e rifiuto: passato il caldo è più facile rinchiudersi negli uffici eppure, nelle notti di ottobre in cui non si può ancora accendere il riscaldamento, l’umidità arriva alle ossa, senti un sapore amaro di presagi che non si avverano. Milano gratta via il colore e fascino dalle foglie che cadono, marrone-ramato, il profumo dall’erba è coperto dallo smog e dalla timida indifferenza della gente che corre da un marciapiede all’altro, da una metro all’altra.

M. (da qui in poi per comodità lo chiameremo solo con l’iniziale) camminava rigido fra le vie del quartiere finché una giovane coppia, seduta nei tavolini all’aperto del bar dei mattinieri, attirò la sua attenzione. Decise che qualcosa di caldo gli avrebbe fatto bene.

M. si lasciò cadere sulla sedia del bar: una folata di vento autunnale disperse lo scricchiolio del legno. Un euro e 90 in tasca: solo caffè e brioche, chissà se il cinese sarebbe uscito a prendere l’ordinazione, forse, con questo freddo, il servizio non era previsto. Così aveva più tempo per riflettere. Un cappuccino lo avrebbe preferito, dandogli, per qualche secondo, la sensazione di essere accudito, ma allora niente brioche. Massì, si sarebbe accontentato di riempire lo stomaco con il latte. D’altronde sul conto aveva meno di venti euro: il bancomat non glieli avrebbe fatti tirare fuori. Sospirò, alzo lo sguardo dal finto marmo del tavolino e lo spostò svogliatamente intorno a sé. La coppietta che aveva attirato la sua attenzione, anzi, la ragazza con una gran massa di ricci corvini e seducenti adesso sorrideva, guardando il suo lui negli occhi. Erano mano nella mano e sembravano ricavare ogni stilla di romanticismo dall’umidità che li circondava.

“Buongiorno, posso?” – un signore distinto, con un abito elegante e leggermente fuori moda era comparso al fianco di M. e accennava a scostare una sedia dal tavolino per sedersi. Il sorriso, compiaciuto della sua stessa falsità, gli occhi scuri che scintillavano fra sopracciglia cespugliose e il borsalino portato con malcelato orgoglio, tutto faceva pensare che non fosse proprio un venditore, ma M. ci provò lo stesso.

“Non compro nulla” – disse, senza convinzione.

“Al contrario mio caro, lei ha l’espressione di uno che ha disperatamente bisogno di un cappuccino e di una brioche, mi permetta di offrirglieli.”

“Si sbaglia: sono uno da caffè. Si accomodi…” – indicando gli altri tavolini liberi.

“Non sia scortese, chissà che questo autunno non le vada meglio degli altri.”

“Prego?”

“Oh, non vorrebbe qualcosa che le cambia la vita?”

“Le ho già detto che non compro nulla, grazie” – non potrei neanche volendo.

“Guardi… sarà lei a dirmi grazie… sul serio! Le offro un’opportunità che capita raramente.”

“E perché dovrebbe interessarmi? Lei non mi conosce.” – e io vorrei non aver conosciuto lei.

“Rughe precoci per i suoi 35 anni, orgoglioso di aver lasciato presto la casa dei genitori per arrangiarsi da solo, un po’ meno quando non è riuscito a concludere l’università perché lavorare per pagare affitto, videogiochi e tasse universitarie le ha fatto dimenticare lo studio. ” – e intanto si è seduto, ma come ci sono cascato?

“Chiacchiere da baraccone” – ma ci hai visto giusto, vecchiaccio malefico.

“Si è trascinato da un lavoretto all’altro e, quando si è deciso di vendere l’anima lavorando in un ufficio ad un progetto che non le interessa, ecco che ti sbattono fuori.”

“Non è ancora detto. Ho litigato con Poletti, ma domani vado dal capo” – ma come fa a saperlo?

“Non ci speri e, comunque, non ci guadagnava abbastanza con quel lavoro, è per questo che Lisa ti ha lasciato, no?”

“Va bene, va bene, basta così. Ma lei chi è?” – vuoi vedere che è un poliziotto, o peggio.

“Può riferirsi a me come ‘Signor D’.”

“Aha, ok, starò al gioco, signor D: cosa vuole?” – sarò stato abbastanza ironico?

“Una cosuccia da nulla: il suo tempo.”

“…Come tutti insomma, e cosa vuole che faccia in questo suo tempo?” – un lavoro? Forse vuole offrirmi un lavoro! Noo, non posso essere così fortunato, non in autunno, almeno.

“Stanotte lei farà un sogno. In questo sogno vedrà un uscio”

“Un uscio? Una porta vuol dire” – adesso mi alzo e me ne vado…

“Un soglia per essere più esatti. Se deciderà di accettare questo nostro accordo, varcherà quella soglia”.

“Si, e cosa ci sarà dall’altra parte?” – pazzo furioso che non sei altro.

“Tutto quello che lei desidera: per ognuno è diverso. C’è chi vuole essere una rock star e ci trova una folla di fan in adorazione. C’è chi non sopporta più di prendersi cura di 4 marmocchi urlanti e una moglie scansafatiche e ci trova una spiaggia assolata e deserta. Ma devo avvertirla, qualunque cosa trovi le piacerà così tanto da desiderare di rimanerci più a lungo possibile. Altri miei… collaboratori, a cui ho fatto la stessa proposta che sto facendo a lei, hanno riferito di provare come una sensazione di… assuefazione. Ma non si preoccupi, potrà oltrepassare quella soglia notte dopo notte.”

“Lei è un cialtrone. Perchè insiste così? Cosa ci guadagna?” – e vedi di non rifilarmi una cazzata.

“Come le ho detto, voglio solo il suo tempo.”

“Niente trucco eh?”

“Oh bèh, nessun trucco… perché non è un trucco se si capisce subito, no? Ogni ora che lei passerà sognando corrisponderà ad un anno.”

“Così domani mi sveglierò nell’ottobre del prossimo anno?” – Che strano questo pazzo.

“Non esattamente: per ogni ora passata nel sogno lei perderà un anno di vita, le verrà sottratta dal tempo a sua disposizione su questa terra. Ma non abbia timore: in un’ora di sogno si possono fare moltissime cose: il tempo, in quel mondo, è relativo”.

M. si alzò quasi di scatto per fermare la conversazione, nel mentre distolse lo sguardo dall’uomo per consolarsi con un’occhiata alle lunghe gambe della ricciolina al tavolino appartato. Quando poi cercò il volto del vecchio distinto, il signor D era ovviamente svanito.

Un sole impotente fece capolino fra i tavolini eppure il freddo si fece più intenso. M. senza più aspettare il cameriere si diresse deciso verso la metro. Avrebbe raccontato volentieri ai colleghi dell’ufficio del pazzo più strano mai incontrato fino a quel giorno, si stava quasi dimenticando che nel suo ufficio a nessuno importava delle piccole avventure altrui.

Questo è l’incipit del’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore.

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 13:25
 
Commenti (4) | 26.03.2012

Capitolo 1 ZD Alessandra Brisotto – Scrittura Collettiva

“Voglio provarla!”

Si accorge di aver pensato ad alta voce, intimoritosi controlla di non essere stato udito da nessuno.

La divisa grigia e nera, irrigidita dal tempo, con il cappello afflosciato sull’estremità destra dell’appendino compone un invisibile corpo che lo richiama a sé in un vortice di energia centripeta.

È quasi ora di cena.

Deve andarsene da lì, lasciare immediatamente quella stanza.

L’armadio a sei ante di rovere massiccio piove a dirotto sul suo capo come l’ombra del padre, quando compariva improvvisamente, lunga e vibrante sulla sua nuca.

Tuttavia è morto l’anno precedente.

-Italo! Italo! Vieni! È pronto in tavola! Muoviti! Si raffredda!-

Il bambino in ombra chiude le ante dell’armadio, una dopo l’altra, sollevandole leggermente, con estrema accortezza, per evitarne il cigolio.

Suo padre gli ha vietato l’ingresso nello stanzino della soffitta, dove conservava “I ricordi di famiglia” diceva”…ed altro…”

Ma era morto l’anno precedente dimenticandosi di esimerlo dal divieto e di graziarlo dall’oppressione.

Un ragno secco pende dalla lampada addormentata sul tavolino ovale di legno intarsiato.

E la polvere.

Curiosità e fascino si spacciano ovunque, giorno dopo giorno, come un’eco ossessiva del “…ed altro…”

Ed altro significa mistero.

Il padre.

Sua madre ha le dita dei piedi intrecciate e le labbra sottili come parentesi grafe. I due minuscoli occhi pallini penetrano nella testa e nello stomaco incavato di Italo lasciandovi piccoli fori e pulviscolo.

Ma lui ancora non se ne rende conto.

Soffre di acuti e frequenti dolori addominali che compaiono e scompaiono magicamente, da un istante all’altro, senza lasciare alcuna traccia visibile.

All’età di sette anni e mezzo è già un piccolo colabrodo vagante, un barattolino di latta crivellato e sghembo.

* * *

-Il sapone liquido no! Lo sai che non lo voglio! Dov’è la mia saponetta verde? Dove l’hai ficcata?-

-Nel portasapone bianco; guarda nel secondo cassetto a sinistra…- Risponde Ines dallo studio.

- …fissazioni…che razza di…- Rigurgita sottovoce.

Italo si sfrega ripetutamente le mani, palmo e dorso, dorso e palmo, i polsi, poi di nuovo dorso e palmo e palmo e dorso e le dita giù, fino alle unghie, con decuplicata energia e velocità, poi ancora i polsi e un rotolo concavo e cavo delle mani, l’una nell’altra, a grattugia.

Acqua gelida.

Davanti allo specchio i suoi occhi. La bocca bomba d’acqua, le guance gonfie e sgonfie in un risciacquo ipnotico, a fisarmonica.

Un uomo.

Sputa rumorosamente l’amalgama rosa d’acqua e saliva, qualche goccia di sangue dalle gengive.

Si rasa i capelli.

In pochi secondi il lavandino si riempie di ciocche grigio-castane e un ghigno.

Pulizia.

Pulizia.

Pulizia.

Parola d’ordine pulizia, radere al suolo, proibito entrare nello stanzino in soffitta.

Italo è lo stanzino in soffitta.

Quarantott’anni compiuti da diciannove giorni.

Senza tregua gli ricresce il fanciulletto nella testa.

Italo è i capelli, i riccioli che commuovevano zia Letizia e che lo atteggiavano “così dolce…”

Senza tregua se li estirpa per cancellare ogni traccia.

Quel bambino deve morire, sparire, con lo stanzino, l’armadio a sei ante e la divisa uomo-padre.

Basta chiudere gli occhi o nascondersi tutto dietro le palpebre.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 13:05
 
Commento (1) | 26.03.2012

CAPITOLO 1 ZC Lorenzo Federici – Scrittura Collettiva

Avanzo. Ma più che altro barcollo.
La metro è lì, a qualche passo. Il sole non scalda, e un po’ stiamo morendo tutti. Signor D, che trovata. Poteva farmi anche il trucco con le dita – che sono sette in una mano – e camminare sulle acque.
Avanzo. Un piede dopo l’altro come la prima volta che l’hai fatto. M.
Ci sono quasi. Ma.
Adesso ci arrivo, adesso scendo le scale, adesso entro nel vagone schiacciato tra un cazzone in giaccaecravatta e uno studentello sbarbo.
Adesso esco, vomitato dal ferro e dall’aria putrida, adesso salgo le scale, adesso cammino ancora, adesso sono davanti la porta del palazzo.
Adesso ci sono, adesso suono, adesso entro.
Adesso striscio il collare che chiamano badge, adesso mi sfilo la giacca, adesso mi siedo composto, adesso accendo il computer.
Adesso muovo la mano destra, adesso mi guardo intorno.
Come.
Adesso mi guardo mentre giro la testa, adesso mi guardo digitare la password, adesso mi guardo aprire la mail.
Ma.
Adesso.
Cosa cazzo.
Adesso mi vedo sorridere, ma non mi accorgo di me che mi guardo. Adesso mi vedo digitare sulla tastiera.
Signor D.
Adesso mi vedo girarmi, adesso mi vedo fissare Poletti, adesso mi vedo scattare.
Rumore di fondo.
Adesso mi vedo piegare il braccio destro dietro la schiena, adesso mi vedo spingere via il barattolo che mi rende la vita impossibile.
No.
Nero, esatto, sul grigio dell’autunno che fa morire tutto e la commercialità diffusa di un ambiente senz’anima.
Adesso mi vedo impugnare, adesso mi vedo alzare il cane, adesso mi vedo stendere il braccio.
Fermati.
M.
Adesso mi vedo infilare la 7.65 in bocca al barattolo, adesso mi vedo piegare l’indice destro.
Rumore.
Silenzio.
Affermazione dell’ordine dell’esistente in frammenti di anarchia incamiciati.
Latte. Il tempo ha il sapore del latte.
Adesso mi guardo danzare la morte sul corpo inerte. Adesso mi vedo felice. Adesso mi vedo tornare alla scrivania.
Cosa.
Adesso mi vedo girarmi lo schermo. Adesso mi vedo alzare il cane di nuovo. Adesso mi vedo morire.
Accetto, Signor D.
Accetto, Signor D.
Accetto, Signor D.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:57
 
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CAPITOLO 1ZB Claire Spark – Scrittura Collettiva

M. infilò l’entrata della metro scendendo i gradini rapidissimo per cercare di seminare quel nervosismo che lo inseguiva, che gli stava col fiato sul collo, che quasi lo spingeva giù dalle scale. Al ventitreesimo scalino quasi inciampò. Nessuno se ne rese conto, ognuno proseguiva per la propria strada e, anche se fosse caduto, chiunque avrebbe proseguito diritto nella fretta mattutina milanese frenetica e noncurante. Ognuno aveva un piccolo segreto: un uomo di mezza età meditava il suicidio e si vedeva a prendere la rincorsa, una ragazza troppo giovane custodiva un segreto a forma di fagiolino all’altezza dell’ombelico, chi custodiva una lettera di licenziamento in borsa e chi pregava silenziosamente perché i suoi sogni si avverassero. Quando M. arrivò al binario decise di avvicinarsi alla grande mappa della città, per cercare distrarsi un po’. Tanti ricordi si affollavano la sua mente dai più recenti ai più remoti, bastavano poche vie, dalla casa in cui si era recentemente trasferito fino al suo liceo, ormai un ricordo lontano. “…Il tempo è relativo…” riecheggiava nella sua mente. Il Borsalino di quello strano personaggio riappariva come disegnato dalle linee delle vie che si incrociavano nella cartina. Poi la sua attenzione si fissò sul centro, su un grande cinema del centro dove era stato pochi giorni prima. Un cinema storico, in cui girano ancora le pellicole e se ti siedi nelle ultime file puoi sentirne il leggero fruscio. Un cinema in cui i gestori hanno una certa età. M. ci era affezionato per le tante storie che aveva saputo raccontare e che avrebbe raccontato negli anni a venire. Uno di quei cinema antico in cui si poteva fantasticare sulla possibilità di incontrare qualche personaggio storico, magari gli stessi Lumière che, nell’intervallo, si confrontavano in bagno sul film che stavano vedendo e, come due fratelli moderni, battibeccavano su questo o quell’attore. M. era concentrato con l’occhio fisso su Corso Vittorio Emanuele quando una donna si voltò e gli chiese se avesse bisogno di informazioni: “Posso aiutarti?” disse con una leggera distorsione della “r” leggermente moscia e una “s” troppo marcata. M. notava tutti i difetti lessicali, era leggermente maniacale riguardo la pronuncia esatta delle parole. “No, grazie. Ero soprappensiero” disse cercando di capire la ragione di quel simile gesto, felicemente inaspettato. M. distolse l’attenzione dalla cartina e si rese conto che la donna che aveva di fianco era bellissima, davvero stupenda. Una donna senza pretese, vestita semplicemente. Una di quelle donne che M. avrebbe tranquillamente spogliato con gli occhi nei suoi momenti di solitudine o nelle sue fantasie e poi si sarebbe vergognato alla sola idea di raccontarlo a qualcuno. Il treno arrivò e salirono insieme, M. lasciò che la donna si sedette nell’unico posto disponibile, ma, dopo appena una fermata, si liberò il posto di fianco a lei. Lo occupò subito. Iniziarono a parlare, lei gli raccontò che era di Pavia e che Milano la conosceva poco, ci si era trasferita pochi mesi prima ma, avendo un’ottima memoria, ricordava anche i nomi delle vie più strette nelle zone più periferiche o anche quelle vie che tutti danno per scontate preferendo ricordare la zona in generale o un negozio specifico, evitando sempre il nome della via. Lei superò presto l’imbarazzo di quella chiacchierata tra sconosciuti: “Sono Rebecca, piacere”. “M., piacere mio”. Iniziarono presto a scherzare: M. interrogava R. sulle vie più assurde e R. le imbroccava tutte. M. volontariamente le chiedeva tutte vie che contenessero “s” per ascoltare quella sua pronuncia leggermente difettosa ma che allo stesso tempo lo affascinava sempre più: si passò da piazza Abbiategrasso a via Alessi, da via Anfossi a via Massatani, da via Caradosso a via Cosseria. Lei si rese presto conto che M. insisteva sulla sua “s”, la cosiddetta “s spessa” tipica dei pavesi, motivo di orgoglio nell’oltrepo e di vergogna nel resto del mondo. Dopo aver scherzato così frivolamente qualche minuto si resero conto di avere entrambi perso la fermata alla quale scendere, la stessa peraltro. Lei non aveva voglia di correre a prendere un’altra metropolitana in direzione opposta e chiudersi in ufficio tutto il giorno; fuori c’era il suo tempo preferito: cielo terso senza neanche una nuvola e un vento forte e freddissimo. Lui non impazziva all’idea di andare in ufficio, appena si fosse seduto alla scrivania gli sarebbe salita l’angoscia per l’incontro col Signor D. e non voleva rovinarsi quella giornata. Mentre inviavano dai loro telefonini una mail in ufficio inventando influenze e febbri inenarrabili, M. si rese conto che quel giorno, in qualsiasi modo l’avesse trascorso, sarebbe potuto essere l’ultimo della sua vita. Non della sua vita in generale, ma della vita che aveva vissuto fino a quel momento, se la profezia del Signor D. si fosse avverata. Finita la composizione dei rispettivi messaggi M. chiese a R. cosa le andava di fare, sembrava piena di idee, entusiasta sempre, una di quelle persone che con le mani in mano sono sprecate, una che investe ogni momento della sua vita. Sembrava frizzante, scoppiettante: due parole che M. avrebbe voluto sentirle dire per quei suoi buffi difetti di pronuncia. M. si affrettò a chiederle cosa le andava di fare anche perché lui, idee zero. Lei voleva fare di tutto: un giro in bicicletta per inaugurare la nuova tessera del bike sharing, una corsa scalza, provare qualche nuova ricetta letta sul blog di cucina della sua migliore amica o farsi quel tatuaggio che aveva sul quale aveva meditato fin troppo a lungo. A M., come a tutti quelli con poche proposte, andava bene tutto. Lei decise che avrebbero fatto tutto quello che veniva in mente momento dopo momento senza preoccuparsi del tempo che passava dal momento che non avevano orari prestabiliti. M. spaventato dalle parole del Signor D. aggiunse una piccola clausola ai programmi della giornata. Qualsiasi cosa fosse successa, loro si sarebbero salutati a mezzanotte e non si sarebbero mai più rivisti. Scesero dalla metro, risalirono in superficie e mentre riflettevano su cosa fare subito, qualcuno li guardava dal lato opposto della strada. M. sarebbe stato beffato da un destino che gli dava la vita, per togliergliela subito dopo.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:55
 
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CAPITOLO 1ZA di Relazioni internazionali Fondazione Milano (Balconi, Bricca, Donato, Dupont, Fezzardi, Ratiu Kloss, Rossi) – Scrittura Collettiva

Nell’aria soffocante della metro, pressato tra una vecchia signora con la borsa per fare la spesa e un ragazzetto con la musica sparata a tutto volume, la mente di M. cominciò a vagare. Le sue piccole sfortune quotidiane aumentavano in modo esponenziale, e sicuramente l’autunno non avrebbe migliorato la situazione; e adesso ci si metteva pure questo tal D. con le sue proposte assurde a complicargli la vita, come se certi sogni potessero diventare realtà!

Una volta arrivato in ufficio, questi pensieri si diradarono e lasciarono il posto al desiderio di caffeina che per colpa di D. non era riuscito a soddisfare. Ma non fece neanche in tempo a raggiungere la macchinetta che l’odiosa segretaria, di cui dopo mesi ancora non ricordava il nome, gli disse che il “grande capo” lo aveva convocato urgentemente nel suo ufficio. Dentro di sé M. sperava che il tutto si sarebbe risolto con una lavata di capo per la discussione del giorno prima con Poletti, ma sapeva che il licenziamento era dietro l’angolo. Dopo tutto, era autunno.

Come volevasi dimostrare, il licenziamento arrivò puntuale. Rassegnato, M. cominciò a passeggiare per le grigie strade di Milano, finché, mentre era fermo al rosso del semaforo (raramente gli capitava di trovarlo verde), decise di entrare nell’edicola per mettere ancora una volta alla prova la sua sfortuna: con l’unico euro in tasca comprò un gratta e vinci. Lo mise in tasca e si diresse verso il parco lì vicino.

Una volta seduto su una fredda panchina, si guardò intorno: non c’erano più foglie sugli alberi, i palazzi grigi dominavano il panorama, la nebbia alegiava spettrale. Il parco era vuoto e malinconico, quando ad un tratto M. sentì dei passi lenti: era un signore anziano a passeggio con il proprio cane, un golden retriever. Era proprio uguale a Lapo, scappato qualche anno prima e che lo aveva accompagnato negli anni più belli della sua adolescenza. Aveva sempre voluto prendere un altro cane, ma da quando era andato a vivere da solo non aveva più potuto permetterselo.

Sospirando, M. tirò fuori il gratta e vinci dalla tasca e lo grattò senza convinzione, tanto con la sua sfortuna non avrebbe mai potuto vincere niente. E invece no. Aveva vinto 10 euro; non era molto, d’accordo, ma almeno avrebbe potuto pagarsi il pranzo. Dopo tutto, forse la sua sorte stava cominciando a cambiare! E se fosse stato l’inizio di una nuova vita? Chissà, magari ora che non aveva più il lavoro quel progetto di fondare un’agenzia insieme a Francesco, il suo migliore amico, sarebbe decollato definitivamente! E forse qualche soldo in tasca sarebbe riuscito a riconquistare Lisa: avrebbe finalmente potuto portarla in quel ristorantino francese dove aveva sempre voluto andare …

Perso in questi dolci pensieri, scivolò lentamente in un sonno profondo, e cominciò a sognare …

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:54
 
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CAPITOLO 1Z di Relazioni Internazionali Fondazione Milano (Bonacina, Bonalumi, Coppola, Mezzasalma, Nicita, Noseda, Viterbi) – Scrittura Collettiva

M. rientrò in casa alle 19.00 come ogni sera. Si diresse verso la cucina per scaldare al microonde il suo consueto pasto, una porzione singola di minestra. Mentre aspettava che la cena fosse pronta, M. accese la televisione e aprì una bottiglia di vino – in offerta a 90 centesimi – che aveva comprato al supermercato sotto casa.
Guardò il solito varietà della sera, senza provare particolare interesse per le domande del conduttore o per il vestito provocante della soubrette che danzava sullo schermo. Il microonde avvisò che la minestra era pronta. Quello era il suo unico pasto della giornata, il colloquio con il signor D. sostenuto al bar la mattina, infatti, gli aveva proprio tolto l’appetito. Complice la bottiglia di vino che aveva bevuto insieme alle misere cucchiaiate di minestra insipida, iniziò a sentir la testa leggera e non poté fare a meno di sprofondare nel sonno.
Come ogni notte, il suo sonno fu pesante, spento e senza sogni. All’improvviso però, una luce lontana illuminò quell’oscurità che lo circondava e si ricordò della conversazione con il signor D. Si avvicinò all’uscio e, appena i suoi occhi si abituarono alla luce, vide di fronte a sé una stanza bianca con dieci porte. Avvicinatosi alla prima, scorse una targhetta appesa alla maniglia su cui vide scritto “la fuga di Lapo”. Indietreggiò incredulo e si precipitò a leggere la seconda targhetta, poi di seguito la terza, la quarta, e così via fino alla decima. Quest’ultima riportava una scritta che lo fece sussultare: “l’abbandono di Maria”. Maria..? Non ricordava quasi più quel nome. Da quanto tempo non pensava alle bellissime passeggiate in riva al mare e alla scoperta dell’amore con quella ragazza giovane e piena di vita. Era stata l’unica donna che lo aveva reso felice in tutta la sua vita. Improvvisamente M. si incupì, un’ombra apparve sul suo viso. Il ricordo di Maria lo riportò a quel giorno in cui decise di sparire senza lasciar traccia, non dicendole dove fosse diretto. Ma dove l’avevano condotto quei sogni che tanto voleva inseguire? Cosa gli aveva offerto la vita dopo l’abbandono di quella creatura dolce e meravigliosa?
Decise che quella era la soglia da varcare. Aprì la porta e si trovò davanti ad un’enorme villa nel quartiere residenziale di Milano, sul campanello c’era scritto il suo cognome. La porta di casa si spalancò e due marmocchi sorridenti e vivaci gli corsero incontro chiamandolo “papà”. Lui, d’istinto, li prese in braccio ed entrò. Già dall’ingresso sentì un profumo inebriante che lo condusse verso la cucina. Sulla soglia lo accolse una donna sui 35 anni, bellissima e provocante. Gli diede un bacio appassionato e solo allora M. si rese conto che quella donna era proprio Maria.
M. ebbe la chiara impressione di conoscere ogni dettaglio di quella vita come se fosse stata reale. Sapeva dov’era la sua camera da letto, dov’erano i vestiti e qual era il suo posto a tavola. Durante la cena chiaccherarono della giornata dei bambini e quando Maria gli chiese com’era andata al lavoro, lui le rispose con scioltezza: “Benissimo, ho concluso un grosso affare. Ho pranzato con tuo padre e lui mi ha detto che è fiero di me”. Come? Con suo padre? M. rispondeva alle domande e sapeva esattamente ciò di cui parlava come se avesse vissuto realmente quel che stava raccontando. Questo perché incredibilmente il Marco del sogno aveva terminato gli studi grazie al sostegno del suocero e una volta laureato aveva iniziato a lavorare per lui in modo da ripagarlo del sacrificio e della fiducia. Ottenuto il lavoro, M. finalmente aveva sposato Maria, dalla quale aveva avuto i due bellissimi bambini che stavano cenando con lui in quel momento.
Dopo la cena, giocò con i bambini: era venerdì quindi l’indomani non avrebbero dovuto andare a scuola. Giocarono fino a quando, tutti e tre, non crollarono esausti sul tappeto. Sabato mattina M. e Maria portarono i bambini allo zoo e poi a prendere un gelato: finalmente M. si sentiva completo, felice e appagato da tutto quello che aveva. Non poteva desiderare altro. Era così bello trascorrere ore intere con una vera famiglia! Il tempo passò in fretta e la domenica sera giunse in un batter d’occhio. Dopo aver passato una giornata stancante al parco, mise a letto i bambini e si coricò accanto a sua moglie. Finalmente potevano passare un po’ di tempo da soli.
Iniziò ad accarezzare il viso della donna quando lei cominciò a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Lui non riusciva a sentire Maria perché un fastidiosissimo suono assordante gli impediva di comunicare con lei. Era come un allarme continuo che gli perforava i timpani.
Si svegliò di soprassalto nel suo letto freddo e vuoto. Era venerdì e le lancette dell’orologio segnavano le 7 del mattino.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:50
 
Lascia un commento | 26.03.2012

CAPITOLO 1Y di Isabella Ventura – Scrittura Collettiva

Un vento freddo e leggero salì dall’asfalto colpendo M. dritto in viso, non annunciava decisamente nulla di piacevole, ma ormai ci aveva fatto l’abitudine alle cose brutte che la vita ti mette davanti. Un brivido gli percorse tutta la spina dorsale, dal basso verso l’alto. Un brivido, dovuto forse alla fredda mattinata autunnale o a quello che gli era appena successo? Non lo sapeva bene neanche lui, ma ne era sinceramente sconcertato.
La conversazione appena avuta con quello strano tipo gli aveva lasciato un profondo senso di disagio, come se gli avessero scavato dentro e avessero portato alla luce cose che lui non voleva più sentirsi raccontare. Quell’individuo sapeva cose di lui che nemmeno le persone a lui più vicine conoscevano.
Con questa sensazione addosso e preso dai suoi ragionamenti si diresse verso la fermata della metropolitana, che avrebbe dovuto portarlo a lavoro e la oltrepassò continuando a camminare senza una meta precisa in mente.
Mentre si allontanava dalle strade familiari del proprio quartiere e guardava i grandi palazzoni che lo sovrastavano, senza però realmente vederli, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era: come, come faceva quel signore a sapere tutte quelle cose di lui? Lo aveva per caso già incontrato da qualche parte?
Eppure era sicuro di no. Del resto M. non era proprio il tipo di persona che racconta i fatti propri a degli sconosciuti; anzi era sempre stato una persona piuttosto introversa. Anche durante le feste che frequentava ai tempi dell’università, aveva sempre trovato difficile chiacchierare apertamente con degli sconosciuti della sua intimità, come invece facevano i suoi compagni. Era per questo che non aveva mai avuto molti amici.
Il pallido sole autunnale continuava a fare capolino tra le foglie degli alberi del parco, che agitate dal vento si staccavano dai rami e cadevano volteggiando al suolo. Quanti autunni erano passati da quando aveva lasciato l’università?
L’università … Il solo ricordo lo faceva soffrire.
M. si sentiva deluso, deluso da tutto e da tutti, anche da se stesso. Aveva trascorso anni a studiare senza però riuscire a laurearsi, mentre gente molto meno capace di lui era riuscita a raggiungere quel traguardo con facilità. Alla fine aveva trovato un lavoro sottopagato che lo svuotava completamente e dove non era riuscito a legare realmente con nessuno. Si sentiva un’anima sola, piena di buchi e di lacune, in totale balia della corrente, che lo sballottava qua e là, senza provare nulla di vero.
Vuoto, era tutto quello che riusciva a sentire, se realmente riusciva ancora a sentire qualcosa. Perchè ormai dubitava anche di quello.
Era arrivato a Milano con una valigia carica di sogni e progetti da realizzare e poi il vuoto pian, piano si era fatto largo dentro di lui. Per riempirlo trascorreva ore, spesso giorni interi, a leggere vite vissute da altri, ma era tutto inutile, nessuna di quelle biografie gli aveva fornito la ricetta per andare avanti e riprendersi i suoi sogni.
Gli mancava sognare.
Solo adesso, pensando ai sogni che aveva lasciato dietro di se M. si ricordò le parole del sig. D., gli offriva di sognare e sognando di realizzare i propri desideri in cambio della vita. Si ritrovò a pensare che quel tizio doveva essere assolutamente fuori di testa e poi che razza di proposta era quella che gli aveva fatto? La gente di questi tempi è matta. Pensava di liquidare così quella faccenda totalmente senza senso, eppure non riusciva a distogliere la mente da quelle parole. Continuava a camminare e pensare, a pensare e camminare, era questo un vizio che aveva avuto fin da ragazzino: quando qualcosa lo tormentava e aveva bisogno di rifletterci su, lui prendeva e iniziava a camminare, all’inizio lo faceva solo nella sua stanzetta, poi si era reso conto che lo spazio non gli bastava più e aveva allargato il proprio raggio a tutta la casa, fino a quando i suoi genitori non gli avevano fatto notare che era un comportamento che dava fastidio perché era sempre d’intralcio alle attività domestiche e allora aveva imboccato il portone e aveva continuato a camminare fino a che i pensieri cattivi erano spariti o fino a quando sollevando lo sguardo sul mondo intorno a lui si rendeva conto di essere in un posto sconosciuto, lontano da casa.
Sognare in cambio della vita. Si chiedeva se una cosa così poteva esistere realmente o se era il macabro scherzo di uno sconosciuto annoiato. M. nei sogni ci aveva sempre creduto, era cresciuto contando di poter realizzare qualsiasi cosa gli passasse per la testa, salvo poi, una volta diventato adulto, rendersi conto che le cose non vanno sempre esattamente come vuoi tu. Quante volte aveva sbattuto la faccia contro i propri desideri irrealizzati, e adesso questo distinto signore gli si presenta davanti e gli dice che può sognare tutto ciò che gli pare, in cambio vuole solo un anno della sua vita per ogni ora che passa a sognare. M. ci pensò un po’ su, se non fosse stata la proposta allucinante di un vecchio pazzo e se la cosa fosse davvero realizzabile, tutto sommato non sarebbe un’offerta cattiva.
Un’ora nel sogno per un anno di vita, era il mantra che continuava a risuonargli nella testa. Più ci pensava e più si convinceva che non era affatto male come offerta. Solo per diletto iniziò a vagare con la mente e a vagliare le mille cose che avrebbe potuto fare, in fondo però i sogni più importanti e che voleva davvero portare a compimento non erano poi così tanti, gli sarebbe bastato realizzare quelli per potersi sentire di nuovo se stesso.
Finalmente alzò lo sguardo, era ormai in centro, scorgeva le guglie del Duomo nella pallida luce di mezzogiorno. Si bloccò di scatto al semaforo rosso e girò leggermente la testa intorno per osservare le persone che passavano per strada. Riconobbe immediatamente il borsalino calzato con orgoglio sul capo, il sig. D. lo guardava sorridendo dall’altra parte della strada.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:47
 
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CAPITOLO 1X di Massimiliano Schirinzi – Scrittura Collettiva

“Basta! Sono stufo!” – disse il ragazzo, frugando nello zaino alla ricerca spasmodica di chissà cosa.
“Giulio, dai! Non è la fine del mondo!” – fece la ragazza, cercando di prendergli la mano.
M. parve incuriosito dai due, e iniziò ad osservarli con attenzione. Entrambi sui sedici anni, lui biondo, magro, occhi verdi, lei capelli rosso Ferrari, unghie laccate di nero, vari piercing ad entrambi i lobi. A giudicare dall’aspetto, dovevano essere due studenti dell’Accademia, due voluminose cartelle erano poggiate allo schienale del giovane.
“La fine del mondo? E’ peggio! E’ come scendere all’inferno ogni giorno, ogni settimana, ormai da anni!” – disse lui, stringendo in mano un pacchetto di Lucky Stryke. Ne tirò fuori due sigarette, una la passò alla ragazza, l’altra la strinse tra i denti e l’accese.
M. iniziò a mescolare lentamente il suo caffè, fissando la tazzina e ripiegando la bustina vuota dello zucchero.
“Solo perchè quegli scemi di Davide e Carlo ti hanno preso in giro quando hai mostrato il tuo compito? Lo sai bene che tipi sono, come se non li conoscessi!.
“Bea, tu non vuoi capire! Io non ce la faccio più! E’ sempre la stessa storia!” – aggiunse, tirando su col naso. “Ogni giorno è uguale all’altro per me, sin dalla prima elementare. Non vorrei mai alzarmi dal letto, mi piacerebbe svegliarmi e scoprire che è stato solo un brutto sogno. E invece, non è così, mi tocca andare a scuola sapendo già che cosa succederà!”.
M. bevve un sorso d’acqua, e decise di restare seduto un altro pò, la conversazione tra i due lo colpì parecchio. In fin dei conti, le cose non sono poi cambiate, pensò tra sè. M. sapeva bene cosa Giulio stesse provando. Anche lui aveva vissuto quello di cui il ragazzo parlava.
Ad M. venne in mente quella mattina di molti anni prima, quando in seconda elementare, il primo giorno di scuola la suora aveva chiesto ai bambini se quell’estate fosse capitato qualcosa di bello.
Qualcuno rispose che era stato in vacanza all’estero, altri che avevano trascorso l’estate a casa dei nonni, alcuni che erano rimasti in città perchè era arrivato loro un fratellino. Quando fu il suo turno, M. rispose che anche lui non era partito per le vacanze, perchè la cicogna gli aveva regalato una sorellina ma che sfortunatamente l’animale doveva averla fatta cadere, dato che alla piccolina avevano dovuto ingessare un braccio.
“Una cicogna? Bambini, avete sentito M.? Una cicogna!” esclamò suor Lucia, il cui nome da allora era rimasto scolpito a grandi lettere nella sua memoria. Fu allora che l’intera classe, inclusa la suora, scoppiò a ridere.
M. ricordava ancora bene le loro facce gonfie dalle risate, che lo fecero sentire ancora più piccolo dei suoi sette anni. Quella fu l’ultima volta che M. parlò apertamente in classe, almeno fino agli esami di maturità.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:44
 
Lascia un commento | 26.03.2012