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I ricordi mi guardano di Tomas Transtromer

“La mia vita. Quando penso a queste parole mi vedo davanti una scia di luce, che ha la forma di una cometa, con una testa e una coda. La testa è l’infanzia e l’adolescenza, il nucleo sono i primissimi anni in cui vengono definiti i tratti fondamentali della nostra esistenza….Poi la cometa si dirada è la parte più lunga, la coda. Ora sono a uno stadio avanzato della coda, ho sessant’anni, quando scrivo queste righe.” Durante la maturità e la vecchiaia si riesce più facilmente ad ordinare i ricordi, a distinguerli da altri, mentre è nell’infanzia che l’uomo può trovare l’essenza del proprio io.
Risulta difficile ricostruire con la memoria un tempo così lontano. La prosa qui soccorre a suo modo la poesia e assume il ruolo di narrazione interiore, di un bambino in maturazione, che cresce mediante sollecitazioni profonde, che lo arricchiscono e lo rendono più che mai consapevole di vivere il malessere sociale e politico del suo tempo. Tomas Transtromer, premio Nobel per la Letteratura 2011, in quest’opera in prosa conduce il lettore in un percorso di un bambino nato nella Stoccolma degli anni Trenta, quel bambino curioso e sensibile che, attraverso le sue esperienze interiori, con le sue parole e le sue immagini, ci restituisce una realtà biografica piena di poesia.

Il poeta ha suddiviso il suo libro in brevi capitoli, dove descrive la sua fanciullezza e la sua
adolescenza, sempre con uno stile asciutto ed essenziale. E’ un bambino diverso dai suoi
coetanei, ha l’indole dello scienziato, quando scopre gli scheletri di due elefanti al Museo di Storia Naturale, quando colleziona insetti. “Mi muovevo nel grande mistero. Imparavo che la terra era viva e che esisteva un mondo infinitamente grande che strisciava e volava e viveva la sua ricca vita senza curarsi minimamente di noi”. Nel 1940 aveva nove anni e la guerra gli “procurò” istinti “politici”, piuttosto singolari: ” …quando scoprivo che qualcuno che mi piaceva era in effetti un “filotedesco”, sentivo immediatamente un terribile peso sul petto”. Tutto era rovinato, non avremmo mai potuto avere qualcosa in comune”.

Nel capitolo Biblioteca, Transtromer ricorda quanto fu decisivo entrare in una biblioteca all’età di undici anni, rappresentò senza dubbio uno stimolo importante per la sua crescita, come lo studio del latino e quello della metrica classica al liceo, che lo avvicinarono al sublime, al distacco dal quotidiano, da cui prenderà l’avvio la sua poesia essenziale. L’atteggiamento dell’autore nei confronti del reale è quello dello scienziato dell’anima, che ripercorre le tappe della sua vita, ricostruendo con le immagini della sua memoria, un mondo perduto, ma sicuramente vivo nella poesia-prosa del suo raccontare.
L’episodio in cui, ancora piccolo, si perde per la città fa trapelare per la prima volta un’esperienza di morte, mai provata prima, che lo riporta ad altre esperienze similari, quando pensa di avere contratto qualche malattia. Ogni tassello di questo “puzzle” fatto di ricordi intensi e fugaci, arricchisce la narrazione di fascino e di poesia.

recensione a cura di Marzia Iosimi

Pubblicato il lunedì 20 febbraio 2012 - 13:24
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