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Jeffery Deaver a Treviso

TREVISO – 18 settembre 2011 – “Era una notte buia e tempestosa” e qui Snoopy si starà rivoltando nella cuccia. Non ho modo migliore di iniziare a descrivere la mia missione in quel di Treviso per assistere alla conferenza di Jeffery Deaver che avviene in un sabato in cui l’Italia del Nord è flagellata da nubifragi che uccidono definitivamente l’estate e dall’ennesimo sciopero dei macchinisti dei treni. Va bene così: dovendo incontrare il maestro del thriller, un goccio di brivido non può che rendere più saporito il piatto.

L’occasione è l’evento per la presentazione de “L’addestratore” (la sua ultima opera, distribuita in Italia da Rizzoli) presso la Libreria Ubik di Corso del Popolo, 40.
Di seguito, vi riporto alcune delle dichiarazioni di Jeffery Deaver ascoltate durante l’evento, presentato da Maurizio Crema, giornalista economico del Gazzettino e dal traduttore Seba Pezzani.

Il protagonista del tuo ultimo libro si chiama Corte. Ha forse origini italiane?

Personaggio misterioso… Prima… Buona sera a tutti gli amici di Treviso… Scusa l’inglese ora (in italiano, proseguirà in inglese, NdA). Corte è in fondo un grande punto interrogativo. Ho definito ben pochi dettagli del personaggio. Ho fatto l’opposto di ciò che chiedono ad Hollywood in cui tutti i personaggi devono essere ben delineati e perfetti. No, il mio lascia molti punti aperti e la sua storia, come la provenienza della sua famiglia, ed è una scelta precisa e fa parte del mistero. Penso di riproporlo in nuove avventure e… magari scopriremo che proviene proprio da Treviso.

Comunque il personaggio emerge nel racconto lasciando poi una sorpresa finale. Possiamo definirlo come una specie di funzionario governativo? Lavora per un’organizzazione che non è la solita modello CIA. Esiste un qualcosa del genere negli Stati Uniti.

Sono fortunato perché conosco molti funzionari di organizzazioni governative statunitensi. Ho preso caratteristiche da molte di esse per creare la mia organizzazione che non esiste come tale: guardie del corpo ai massimi livelli. Sai, ci sono scrittori che sono più reporter che romanzieri. Il romanzo deve essere credibile:  inventare storie realistiche ma non reali a tutti i costi. Mickey Spillane diceva che la gente non compra un libro per fermarsi a metà. Io preferisco lasciare i dettagli al minimo affinché il libro non perda mai il ritmo; il lettore non deve smettere mai di sfogliare le pagine.

Un altro personaggio azzeccatissimo è il killer. Come lo hai costruito?

Ovviamente ho molto a cuore tutti i personaggi che ho inventato. Ma mi diverte particolarmente costruire i cattivi. Il tipo di cattivo che preferisco è questo: anonimo. Henry Loving potrebbe tranquillamente essere seduto tra di noi qui in sala.

Non sono Stephen King che è un mio amico ed ammiro molto. E neanche Stephanie Meyer (per fortuna… se c’è qualche fan… scusatemi). Non credo ai fantasmi ed ai vampiri. Preferisco un terrore più reale.

Henry Loving è un nome mite, estremamente ingannevole. C’è dell’ironia?

All’occhio del lettore il personaggio appare immediatamente come una “non minaccia”, un poco stempiato… si come me… anche il nome serve a sorprendere il lettore, anche se il nome “Henry” non è molto comune in America. Pian piano si scopre che è pericolosissimo. Mi piace fare continuamente inversioni a U. Tu pensi di essere arrivato al finale e poi… c’è un altro finale e poi…. C’è un altro finale. Sì, nel mio libro ci sono tre finali diversi. Anzi no, potrebbero essere quattro.

E poi le donne… ce ne sono diverse e molto interessanti. Una bellezza piena completa. Lo scrittore Deaver, di quali di esse si potrebbe innamorare?

Non ho emozioni per i miei personaggi. Quando scrivo un libro devo necessariamente essere distaccato dai personaggi per poterli manipolare ai fini narrativi. Sono come un pilota di aereo di linea che incontra una turbolenza. I passeggeri saranno preoccupati ma lui no. La deve affrontare senza preoccupazioni. Oppure quando vede un tramonto. Tutti che dicono “Wow che bello”. Ma lui non se ne deve accorgere neanche. È importante mettersi nei panni dei propri personaggi ma non identificarsi. È un’esperienza eccitante che si avvicina forse a quella dell’attore. È così che nella mia carriera ho vestito gli abiti eleganti di un agente segreto britannico chiamato James Bond ma anche quelli di una ragazzina afroamericana nella “Dodicesimna carta”.

In ogni caso, tornando alle donne del mio libro, Maree, la sorella, è il tipo di donna con cui mi sono spesso trovato invischiato in brutte cose nella mia vita.

Ma Washington è veramente quel nido di vipere che descrivi?

No. Penso e spero di no. Però ricordarti del mio compito di scrittore: il pilota di aereo. Faccio qualunque cosa per emozionarvi e se può servire, scrivo anche di politica e di crimine organizzato. Però ricordiamoci di una cosa. Hemingway diceva: “Se siete degli scrittori il Vostro compito non è mandare messaggi. Se dovete mandare messaggi andate all’ufficio postale.”

Cito spesso questa frase che in realtà sarebbe “..andate alla Western Union”. Solo che quando parlo di Western Union, prima azienda americana a mandare telegrammi, tra i miei lettori americani vedo spesso facce stranite “Western…? Boh?”. Ed allora a volte la cambio e dico “… usate Facebook!” “Ah si! Facebook, bella frase!” Tutti capiscono, tranne Hemingway.

L’anno scorso non aveva il pizzetto ed ora sì. Come si trova meglio.

L’anno scorso senza pizzetto, stavo scrivendo Carta Bianca, il libro di James Bond. Però la gente mi ossessionava perché pensava che fossi Pierce Brosnan. Era imbarazzante ed allora ho dovuto farmi crescere il pizzetto.

A proposito di Carta Bianca, Prima ci ha descritto il suo rapporto con i suoi personaggi. Ma come si è trovato a dover ri-creare un personaggio creato da un altro: il James Bond di Ian Fleming?

È una buona domanda, non è stato difficile. Conoscevo James Bond dall’età di otto anni. Malgrado ciò che si dice, un romanzo da adulti non era così scandaloso per un bambino come me. Sentivo James Bond nei miei ricordi infantili e quindi, sì, potevo farlo. È sempre stato con me. Per altri personaggi, Jason Bourne ad esempio, non sarebbe stato possibile.

C’è un filo comune tra tutti i tuoi personaggi? Chi ama i suoi primi cosa può ritrovare nell’ultimo?

I miei libri non sono stupidi e la suspense è spesso intellettuale per rispetto all’intelligenza dei lettori. I personaggi prevalgono sull’azione. Anche il mio James Bond ha idee brillanti e sofisticate. E così Corte ma anche Lincoln Rhyme. Mi sento più un artigiano che un artista. Quando vedo un’idea che mi sembra possa essere eccitante per i lettori ci lavoro. A volte può essere uno spunto reale ma più spesso è qualcosa partorito dalla mia mente. Lavoro per otto mesi alla creazione della trama. È un lavoro a tempo pieno.

a cura di Marco Donna

L’intervista completa con le foto e la descrizione dell’evento  su www.marcodonna.it

 

Pubblicato il lunedì 9 gennaio 2012 - 11:03
 
Lascia un commento | 9.01.2012

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