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Hollywood Babilonia

Hollywood Babilonia è un testo di culto che ha attraversato i decenni mutando se stesso nelle sue caratteristiche paratestuali, per raccontare a sempre nuove generazioni di lettori la mitopoiesi nera dell’industria cinematografica. Mitopoiesi realizzata da quella che l’autore, il cineasta Kenneth Anger, definisce «la colonia di Hollywood». Anger, che nella colonia è nato e ha mosso i primi passi (recitò a undici anni con Anita Louise in Sogno di una notte di mezza estate), scrive una prima versione di Hollywood Babilonia in lingua francese dandola alle stampe grazie all’editore Pauvert, nel 1960. Lo ripubblicherà in lingua inglese – con parti di testo nuove e un inedito apparato iconografico – nel 1975. La prima edizione in italiano (che traduce quella in inglese del 1975) è solo del 1986 per Adelphi, che ancora oggi continua a pubblicare il volume in un’edizione di ampio formato, rispettosa del lavoro narrativo (più che divulgativo) di Anger.

Non a caso Hollywood Babilonia è introdotto dai versi del maestro dell’occulto Aleister Crowley «Ogni uomo e ogni donna è una stella». L’espressione riprende uno dei primi slogan della MGM «più stelle che in cielo» riportandola alla sua natura più umana, imperfetta, umbratile e, ça va sans dire, ferina.  La scelta di citare Crowley è senza dubbio programmatica. Gli eventi raccontati nei trentatré capitoli di Hollywood Babilonia sono un’antologia di efferatezze, azioni demoniache, una cornucopia di sangue versato, corpi violati, vendette. Gli attori di cui racconta Kenneth Anger sono divinità bizzose e umanissime, come quelle della mitologia classica non riescono a rinunciare ai propri appetiti, pur scellerati o orribili che siano. La risultante è un affresco in notturna, una storia “altra” del cinema che, aumentando il contrasto, facendo più nere e nette le ombre (da cui neanche gli dei riescono a separarsi), amplifica il mito luminoso e immortale di Hollywood.

La prosa di Anger si muove dagli albori (ne) fasti dell’industria cinematografica, dai suoi primi dei, titani esigenti come Griffith che diedero vita al mito grazie a scenografie monumentali (presto destinate alla corruzione e all’abbandono) e a una serie di figli: imberbi démoni, ninfette senza scrupoli (come le eteree Lilian e Dorothy Gish), eroi violenti e proto-dee insaziabili (come Theda Bara). Divinità traslate nel nuovo Pantheon di cartapesta dai sobborghi della provincia americana per essere fagocitati dall’industria del cinema. Individui il cui potenziale ferino è liberato dal denaro e dalla fama. Come nel caso di Roscoe “Fatty” Arbuckle (la cui storia è raccontata da Jerry  Stahl nel volume Io ciccione). Fatty era un idraulico diventato re della farsa per famiglie, macchiatosi di un’innominabile violenza su una donna che aveva rifiutato le sue avances.

Anger narra poi degli appetiti à la Sade, come quelli di Eric Von Stroheim (che ironia della sorte lavorò nell’epoca di puritana austerity dettata dal politico Hays). Anger racconta di come “Von” provasse a inserire sfarzose e orgiastiche sequenze nei propri film, dalle cui riprese attori e comparse uscivano, sudati, malconci e in alcuni casi sanguinanti. Menzione particolare meritano i racconti delle vicende amorose del Priapo del cinema Charlie Chaplin, la disperazione incipriata del non-rude Rodolfo Valentino, l’assassinio avvenuto a largo per mano del magnate della stampa William Randolph Hearst.

Leggiamo poi di come la condizione privilegiata in cui si trovava la colonia nell’era pre-crisi portasse attori, produttori e persino giornalisti e editori a seguire le proprie dipendenze: l’alcol ma soprattutto le droghe che segnarono vita e performance di moltissimi divi quali Wally Reid (la cui moglie divenne una vedova professionista) e la «troppo bella» Barbara LaMarr. Un parterre di spettatori in numero esponenziale seguiva le vicende dei “nuovi dei” (come recita uno dei capitoli di Hollywood Babilonia) sul grande schermo ma soprattutto sui giornali e sulle riviste. Anger si sofferma sul potere (in molti casi fatale) ottenuto dai colonnisti, tra i quali si erge Louella Parson (definita «il Paganini del chiacchiericcio»). Giornalisti in grado di influenzare persino le giurie dei tribunali. Anger descrive Louella come l’orribile signora del vaniloquio, pronta a titillare la curiosità dei lettori con sempre più scabrosi racconti da Cinelandia cui poneva in calce la sua (definitiva) sentenza.

Per ogni divinità che si possa definire tale esiste anche un crepuscolo, ed ecco che Anger dedica parte del suo volume all’ondata di suicidi che colpirono la colonia sin dalla sua nascita. Il Seconal, un barbiturico divenuto tristemente noto alle cronache, fu l’agente più utilizzato: Julian Eltinge, il «comico triste» Joe Jackson e la splendida e spigolosa Lupe Velez, lo scelsero per abbandonare le scene dell’umana esistenza. Con l’avvento del sonoro molti divi persero l’aura riproducibile che aveva affascinato le folle. Alcuni come Buster Keaton e Clara Bow finirono in manicomio coi nervi a pezzi, altri fedeli al proprio status preferirono mettere fine alla propria vita come nei più drammatici finali cinematografici: Milton Sills si lanciò dal Sunset Boulevard con la sua auto, Robert Ames si uccise con il gas, Karl Dane si puntò una pistola alla tempia uccidendosi in casa dell’amata Jean Harlow, e così via finché buona parte delle «stelle» dello slogan MGM non sparirono volontariamente dal firmamento di cartapesta di Hollywood.

Quando la bobina cartacea di Hollywood Babilonia sarà finita il lettore – ormai completamente sedotto dalle nerissime vicissitudini della colonia del cinema – ne vorrà ancora. Niente paura. Anger sarà lì, sullo scaffale, pronto a servire altri racconti, altri miti e scelleratezze con la continuazione di questo volume: Hollywood Babilonia II (anch’esso pubblicato in italiano da Adelphi).

Recensione a cura di Salvatore Piombino

 


Pubblicato il martedì 17 gennaio 2012 - 11:18
 
Lascia un commento | 17.01.2012

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