cover paludi

La terza indagine del commissario Giorgio Paludi. E’ la notte di San Giovanni e arriva l’estate, tra furti di rame e morti ammazzati, campi rom e ville in collina. Bande di strada e fabbricanti di armi, cameriere melomani e nani lanciati dalle vetrine. Dalla Barriera di Milano alla Gran Madre, dai Murazzi a Borgo Po, dal Quadrilatero alla Falchera. Il commissario Paludi è alle prese con l’indagine più pirotecnica della sua carriera mentre Torino si incontra in Piazza Vittorio per un ultimo esplosivo spettacolo.

Leggi il primo capitolo di “Ultimi fuochi per Paludi”…

Il primo colpo esplose nel mortaio alle 22.30 precise.
Fu un colpo scuro di piccolo calibro immediatamente seguito da una bomba con paracadute e da una cacciata.
Il cielo di Torino iniziò a saturarsi di colori.
Cinquantamila persone stavano con il naso all’insù, il fiume rifrangeva le luci dei fuochi d’artificio nel nero della collina e una nuvola di fumo fece scomparire il monte dei Cappuccini come un gioco di prestigio.
La ragazza stava passeggiando in punta di piedi sulle scarpette nuove nuove, il cuore le faceva fu fu fu invece di battere. Era in ritardo i venti minuti e non riusciva a smettere di guardare l’orologio della farmacia che lampeggiava in fondo alla strada.
In piazza Vittorio e nelle vie limitrofe lungo il Po era un brulicare di venditori dell’ultim’ora, palloncini colorati, piadine alla porchetta, sguardi al cielo. La chimica legava in un caleidoscopio l’arte militare delle esplosioni mentre un chiacchiericcio estivo si incollava ai vestiti e dalle casse lungo il ponte una musica pedante era intervallata dai lanci.
Quando il primo fuoco brillò nel cielo, i battiti della ragazza si arrestarono per una frazione di secondo. Una piccola morte, un attimo i niente, che la invase e la scosse come uno schiaffo. Poi la seconda esplosione le diede ossigeno, la fronte le si imperlò di sudore, la bocca si aprì sulla gola.
Al centro del fiume, sulla chiatta, l’artificiere controllò le spolette poi innescò una sequenza di bombe a crociera di stelle. Si sentì partire un brusio di ammirazione. La polvere di alluminio ravvivò le fiammate, l’antimonio esplodeva in bagliori lattiginosi, il clorato di bario e il solfato di rame pitturarono la notte di smeraldo e celeste.

Era il ventiquattro di giugno e tutto doveva ancora iniziare. Gli innamorati si baciavano, la gente brindava ai tavoli, le battone camminavano avanti e indietro in cerca di clienti, i cani tentavano di nascondersi tra le gambe dei padroni.
La ragazza si sentì perduta e iniziò a correre, per quel che poteva, giù giù, verso il fiume. Le sue scarpette cucivano un sentiero, una gimkana attraverso la folla. Forse la calligrafia di quella serata, un girare intorno a un punto preciso che non voleva affrontare.
Era innamorata? Non lo riusciva a capire, ma era tutta umida. Dentro e fuori. Forse era colpa dell’estate lì davanti che stava arrivando con quelle promesse banali. Gelati, passeggiate, giorni di sole, notti piene di luce. Normalità per tutti, poveri e ricchi. Una lotteria di emozioni da poco da vincere con un invito ai fuochi. Quella stessa sera. Stavolta sarebbe andata bene. Sarebbe “cambiato” qualcosa. Anche per lei finalmente. Si sorprese in quel discorso e sorrise. Raggiunse il parapetto sul fiume e diede un’occhiata di sotto.
I murazzi erano gremiti di gente, c’era chi aveva preso posto già dal tardo pomeriggio nei dehors dei locali per vedere le traiettorie dei uochi scintillare sui gazebo sorseggiando mojito e cosmopolitan. Era una guerra ambiziosa e paziente di appostamenti per aggiudicarsi ’angolo migliore del cielo.

La ragazza si morse le labbra, era stata una stupida. Non si era voluta salvare il numero del suo cellulare. Adesso in quella confusione le sarebbe servito un miracolo per poterlo rintracciare… magari se non avesse perso tutto quel tempo a comprare quelle scarpe; e che male le facevano! Si chinò a sistemare il plantare poi si guardò attorno con preoccupazione.
La luci dei lampioni erano state abbassate al minimo per non disturbare l’esibizione. Un pallettone di mercurio incrociò una crociera
di stelle tricolori mentre l’inno di Mameli andava lento come una melina e si missava su una celebre aria pucciniana.
La ragazza si girò d’istinto, le sembrava che qualcuno l’avesse chiamata, ma c’era soltanto il venditore di barzellette a 5 euro che tentava di raccontargliene una. Lo allontanò e prese d’infilata corso Cairoli. Si sforzò di passare in rassegna le schiene della gente. Sgomitò tra le occhiate infastidite delle mogli e gli occhi lattiginosi dei mariti. Con una certa fatica riuscì ad arrivare in fondo a via Maria Teresa dove la folla iniziava a diradarsi.
Sbatté i piedini per terra e le venne da piangere
. Si disse che era una scema, doveva smetterla di comportarsi da bambina. Quante volte glielo aveva detto sua madre? Poi partì quella canzone elettrica, la tastiera midi anni Ottanta, la fisarmonica di Astor Piazzolla e la voce di Grace Jones che si aggrappava al tango in un groviglio.

Strange I’ve seen that face before,
Seen him hanging ’round my door,
Like a hawk stealing for the prey,
Like the night waiting for the day

L’uomo le mise le mani sugli occhi, lei ne riconobbe i calli e la marca del tabacco che fumava. Le venne da fare la pipì. Strinse i pugni dall’emozione. Sentì il corpo di lui aderire al suo, il ventre e la muscolatura tesa sotto i vestiti. Lo chiamò per nome, ma la voce non le usciva. Le parole le erano rimaste sepolte nello stomaco come un bolo.
Sperò che la canzone potesse dire qualcosa per lei. La vita faceva certi scherzi… quant’è che desiderava di sentirsi così. Impotente. Aveva perso il controllo degli organi, niente più rispondeva. Lui le avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, e forse lo sapeva. Tutto andava a sbalzi, il fiume la stava trascinando in una guerra. Sentiva il calore irradiarsi dal basso ventre fino a conquistarle le guance in quel rossore che fin dall’adolescenza l’aveva fatta dannare. Non era mai stata capace di nascondere nulla e adesso lì, in quella notte di luci, pensò di amarlo. Prese tutta l’aria che poté dentro ai polmoni. Doveva riuscire a dirgli qualcosa, qualsiasi cosa, che era contenta magari. Sì, felice. Perché no. D’un tratto ebbe paura. Nel cielo si inseguirono delle coppie a intreccio e a controbomba.

Decine di botte a stucchi e lanci a pioggia coprirono la canzone in un crescendo di eccitazione. La gente sorrideva, si baciava, si abbracciava, qualcuno schiattava come un cane. Era iniziato il gran finale e alla ragazza scoppiò il petto.
Nessuno avrebbe mai potuto notare un colpo in meno, o uno in più. Lo sparo di una semiautomatica è poco più che lo schiocco di un petardo. La ragazza si sedette su una delle panchine senza più forze e l’uomo la baciò. Lei si accasciò, esausta di quell’emozione improvvisa.
L’uomo la accompagnò nell’abbraccio. Poi la ragazza chiuse gli occhi e lo trovò.
Il primo ricordo della sua vita.

Lei nel bianco della neve. Un odore di crema. Odore di burro di cacao, le dita della madre sulle sue labbra per non farle screpolare. Una presenza fisica, ruvida, la sensazione di pelle morta sui polpastrelli e il calore. Attorno tanta gente come adesso nella notte più lunga dell’anno. Dicembre del 1990. Aveva tre anni e le sembravano tanti astronauti. No quello no. Non poteva sapere cos’era un astronauta a soli tre anni… Allora pensò che non si possono avere ricordi indelebili. Il tempo li cambia e gli dà nomi diversi. Ogni volta ricordiamo la stessa cosa, interpretandola, e il mondo si allarga. Quasi vent’anni prima. Il suo compleanno. E adesso quest’amore la stava sfinendo in un attimo troppo intenso. La ragazza sentì svanire i sensi, che stupida, probabilmente presa dai preparativi si doveva essere dimenticata di mangiare… Certo! Non aveva mangiato niente fin dall’ora di colazione, erano arrivati quegli uomini era uscita con loro di corsa dal bar e… L’uomo alzò gli occhi al cielo, la notte su Torino era un incendio, dalla basilica di Superga alla luna a tre quarti la città se ne fotteva.

Brillava la terra su quel circo patetico. L’uomo continuò ad abbracciarla fino a farle male, sentiva l’odore della sua pelle entrargli dentro e complicargli la vita. Chissà a cosa stava pensando in quel momento. Lui chiuse gli occhi e trattenne quella sensazione senza lasciare che l’emozione lo confondesse avvolgendolo sul nastro del ricordo. I poveri avrebbero continuato a mangiare zucchero filato e i nuovi regnanti ad affacciarsi dai terrazzini della piazza in discesa dove centocinquant’anni prima si decisero le sorti del futuro Regno. Adesso si discuteva di Tav e di Ztl, acronimi che intenerivano il significato di più misere battaglie.

Era il solstizio d’estate, la notte più corta dell’anno, il giorno in cui le streghe ballavano il sabba e la gente moriva nei modi più stupidi.Adesso lui stava pensando alla scena finale di un film che aveva visto qualche anno prima in un cinema all’aperto di periferia. C’era un uomo che saliva sulla metropolitana di Los Angeles all’alba, poi schiattava seduto su una poltroncina, ma nessuno se ne accorgeva e il treno continuava il suo viaggio per tutto il giorno. Il viaggio di un morto sul treno dei vivi.
E lui adesso non sapeva più che viaggio aveva di fronte.
E lui adesso era morto e perduto come solo un vivo può essere. E chissà se la ragazza coi capelli di vaniglia riusciva ancora a sentire la canzone finire la sua corsa in francese.

Dans sa chambre, Joel et sa valise,
un regard sur ses fringues,
Sur le murs, des photos,
Sans regret, sans mélo,
la porte est claquée, Joel est barré.

Fabio Beccacini è nato a Imperia nel 1977. Scrittore e sceneggiatore, vive a Torino da molti anni. Ha pubblicato i romanzi Via del Campo (2003), Giorgio Paludi, 44 anni il giorno dei Santi (2008), Sushi sotto la Mole – Giorgio Paludi indaga (2010), tutti editi da Frilli Editori.

Prossima presentazione del libro: 21 dicembre a Torino
c/o il Temporary Shop @ via porte palatine 13

 

Pubblicato il lunedì 19 dicembre 2011 - 13:00
 
Lascia un commento | 19.12.2011

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