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Il Ponte verso la città

Il romanzo “il Ponte verso la città” è nato da una mia necessità, quella di rinnovare la memoria del mio passato, dei racconti orali fatti dai miei familiari perché potessi tramandarli ai miei figli e da loro ai miei futuri nipoti. Credo che questo esercizio genitoriale sia ancora oggi indispensabile per la formazione dei bambini. Il contatto così diretto con il racconto non solo è formativo per i valori che attraverso di esso si possono inculcare, ma è proprio la parola che segna lo sviluppo, che rimane nella mente e nel cuore di chi ascolta, che scava e si assesta nella profondità dell’anima. E oggi purtroppo è un esercizio che non si fa più. I bambini sono affidati per l’intrattenimento alla televisione, al computer e con loro si tende a parlare poco.

Il romanzo è ambientato nel periodo della Seconda Guerra mondiale e in particolare durante le Quattro giornate di Napoli. Il libro guarda a quelle esperienze “minori” che, malgrado il tono dimesso rispetto alle grandi vicende della grande Storia, hanno contribuito a segnare irreversibilmente il futuro delle piccole comunità, di quelli che un tempo rappresentavano i borghi lontani e separati dalla città.

Affrontando i rischi di una tradizione orale che, se da un lato può essere oggetto di mistificazioni, dall’altro costituisce un’importante difesa contro la volatilizzazione delle piccole storie rispetto a quella rappresentata nei libri che parlano della “Grande Storia”,  in questo romanzo viene ricostruita la ritirata dei tedeschi riportata dalla viva memoria di persone vissute in quei luoghi, attraverso lo sguardo di una piccola comunità ove si intrecciano le giovani vite di Elena, Anna, Giuseppe e Antonio.

E’ un romanzo di amore, amicizia e solidarietà. C’è in esso l’accenno a fatti realmente accaduti in quel periodo di guerra di cui parlo, ma fortemente romanzati dalla mia fantasia. Narra  la storia di un gruppo di giovani che attraverso la loro forza morale  e impegnandosi in azioni di guerra  prendono su se stessi  la responsabilità di vigilare sulla  vita degli altri  per decidere poi, la costruzione di una nuova società, tracciando le basi per il loro avvenire in un momento storico molto critico della loro esistenza. La guerra, le privazioni, la lotta per la sopravvivenza, li inducono a crescere velocemente, ad assumersi responsabilità mai avute prima, a farsi carico della vita altrui. Lottano per difendere il luogo della loro memoria, il ponte che è il limite del loro territorio con la città, circondato da una natura incontaminata,  che rappresenta un luogo di pace e di amore e che diventa il simbolo di un punto a cui  tendere idealmente. E senza che neanche se ne rendano conto, si ritrovano ad essere uomini e donne più consapevoli, più forti e determinati nel definire il proprio destino.

Nell’introduzione al romanzo, il riferimento alla poesia “Oltre il Ponte”, di Italo Calvino è affine agli elementi che lo caratterizzano, perché appartiene allo stesso periodo e parla ai giovani di ogni epoca. Il poeta  si rivolge ad una ragazza che rappresenta la nuova generazione a cui narra gli eventi della guerra e spiega i sentimenti di quegli anni tragici visti attraverso gli occhi di un ragazzo. La posta in gioco non era però solo la liberazione dall’occupazione tedesca ma la conquista della libertà, di una vita più giusta e libera e la ricerca della “felicità” che per i giovani di vent’anni è un bisogno fisiologico. Calvino racconta come quei giovani la felicità la scoprirono nei giorni della guerra contro i nazisti, nella lotta per la libertà, nella solidarietà, per la realizzazione di ideali comuni. Oltre il Ponte c’era l’amore perché bisognava conquistare il ponte per sconfiggere i tedeschi ma anche per riconquistare l’umanità perduta. Il ponte quindi,  rappresenta il simbolo  a cui tendere idealmente.

Purtroppo oggi, anche se in modo diverso, i giovani vivono la loro esistenza come se fossero in guerra,  in un contesto sociale per molti aspetti malato che non consente  ai molti di sviluppare le loro aspirazioni e le loro ambizioni. E spetta a noi adulti accompagnarli in questo cammino, sostenendoli e incoraggiandoli, dando loro gli strumenti e le opportunità per farli crescere lasciandoli poi liberi di diventare cittadini e di migliorare questo mondo.

E faccio mia una frase ascoltata da uno sconosciuto,   che dà  senso a ciò che affermo e che ipoteca la vita,  la vita  che continua “solo rinnovando la memoria del passato si può generare il futuro”, proiettando in esso il valore di quelle esperienze e gli insegnamenti degli anni passati, di ciò che di meglio è stato fatto e realizzato,  si può progettare non solo il proprio destino,  ma rendere possibilmente migliore la società in cui viviamo. Con  determinazione bisogna vivere per la conquista di una vita più libera e giusta, alla ricerca e all’affermazione di un bisogno: una felicità appagante che possa far guardare lontano e costruire il proprio destino.

…Io lo spero!

a cura di Nunzia Frezza

 

Pubblicato il lunedì 5 dicembre 2011 - 18:05
 
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